Ecologia, termine coniato da Ernst Haeckel nel 1866 ad indicare: «Lo studio dell’economia e del modo di abitare degli organismi animali. Essa include le relazioni degli animali con l’ambiente inorganico ed organico, soprattutto i rapporti positivi o negativi, diretti o indiretti con piante ed altri animali: in una parola, tutta quell’intricata serie di rapporti ai quali Darwin si è riferito parlando di condizioni della lotta per l’esistenza». È però in un contesto lontano da quello dell’evoluzionismo darwiniano, e precisamente nell’ambito degli studi di geobotanica e biogeografia inaugurati da Alexander von Humboldt agli inizi del XIX secolo e proseguiti da August Grisebach, Charles Flahault, Alphonse de Condolle ed Eugen Warming, che va identificata l’autentica origine dell’e. come scienza, il cui oggetto non sono i processi di speciazione, bensì le interrelazioni dinamiche tra popolazioni o insiemi di popolazioni (biocenosi) e l’ambiente fisico, chimico, climatico e biologico entro cui vivono. Il complesso integrato di comunità biotica e ambiente verrà definito da Arthur Tansley nel 1935 come «ecosistema»: ed è intorno alla metà del XX secolo che l’ecologia delle successioni vegetali fondata da Conway McMillan, quella delle successioni biotiche della scuola di Chicago, la sociologia vegetale delle scuole di Zurigo-Montpellier e Uppsala e la biocenotica iniziata da Karl Möbius confluiscono in una teoria quantitativa degli ecosistemi, che è la forma in cui l’e. si è definitivamente imposta e tuttora viene esercitata come disciplina scientifica. Determinanti in ordine a questo sviluppo sono stati i lavori dei matematici Alfred J. Lotka e Vito Volterra, che hanno introdotto i principi del metodo modellistico di simulazione delle dinamiche di popolazione, metodo che variamente perfezionato è ancora oggi in . Per arrivare all’espressione compiuta più autorevole della scienza ecologica, però, si dovranno attendere le fondamentali intuizioni di Erwin Schrödinger, la cui «biofisica» permise di superare l’impostazione troppo rigidamente matematica di Lotka e Volterra, integrandola con la termodinamica statistica di ispirazione boltzmanniana: si apriva così la strada alla teoria energetista degli ecosistemi, sviluppata compiutamente a partire dagli anni cinquanta dai fratelli Eugene P. e Howard T. Odum. Il processo di fisicizzazione dell’e., se da un lato la inserisce nella corrente biologica riduzionista, dall’altro le permette la trattazione quantitativa unitaria e rigorosa di molti ambiti fenomenici, ben al di là del regno biologico in senso stretto. Ciò è reso possibile dalla commutabilità delle unità di misura termodinamiche, informatiche ed economiche: la trasmissione delle informazioni può essere descritta in termini di relazioni tra energia ed entropia, mentre i flussi economici vengono facilmente ridotti a fattori energetici o informatici. Grazie a questa plasticità e capacità universalizzante e nonostante il carattere riduzionista del suo apparato concettuale e metodologico, l’e. si propone nella seconda metà del Novecento come modello ermeneutico sempre più generale, divenendo infine il paradigma dell’«olismo» e generando un’importante serie di sintesi teoriche, dalla considerazione unitaria degli ecosistemi naturali e antropizzati nell’Ipotesi Gaia di James Lovelock, che introduce il concetto di «sistema biocibernetico autoregolato» per la biosfera, alla storia materiale in chiave ecologica di Jeremy Rifkin o all’ecologia della mente di Gregory Bateson. Sul piano filosofico, è principalmente l’opera di Hans Jonas a farsi interprete, rinnovando implicitamente fondamentali categorie heideggeriane ed ampliando lo spettro delle analisi di Günther Anders, di una riflessione ampia e approfondita sulle implicazioni della crisi ambientale: è con il suo Il principio responsabilità (1979) che di fatto l’etica ecologica acquisisce pieno diritto di cittadinanza nel contesto dell’etica pratica e applicata.

Ecologia

RUSSO, NICOLA
2006

Abstract

Ecologia, termine coniato da Ernst Haeckel nel 1866 ad indicare: «Lo studio dell’economia e del modo di abitare degli organismi animali. Essa include le relazioni degli animali con l’ambiente inorganico ed organico, soprattutto i rapporti positivi o negativi, diretti o indiretti con piante ed altri animali: in una parola, tutta quell’intricata serie di rapporti ai quali Darwin si è riferito parlando di condizioni della lotta per l’esistenza». È però in un contesto lontano da quello dell’evoluzionismo darwiniano, e precisamente nell’ambito degli studi di geobotanica e biogeografia inaugurati da Alexander von Humboldt agli inizi del XIX secolo e proseguiti da August Grisebach, Charles Flahault, Alphonse de Condolle ed Eugen Warming, che va identificata l’autentica origine dell’e. come scienza, il cui oggetto non sono i processi di speciazione, bensì le interrelazioni dinamiche tra popolazioni o insiemi di popolazioni (biocenosi) e l’ambiente fisico, chimico, climatico e biologico entro cui vivono. Il complesso integrato di comunità biotica e ambiente verrà definito da Arthur Tansley nel 1935 come «ecosistema»: ed è intorno alla metà del XX secolo che l’ecologia delle successioni vegetali fondata da Conway McMillan, quella delle successioni biotiche della scuola di Chicago, la sociologia vegetale delle scuole di Zurigo-Montpellier e Uppsala e la biocenotica iniziata da Karl Möbius confluiscono in una teoria quantitativa degli ecosistemi, che è la forma in cui l’e. si è definitivamente imposta e tuttora viene esercitata come disciplina scientifica. Determinanti in ordine a questo sviluppo sono stati i lavori dei matematici Alfred J. Lotka e Vito Volterra, che hanno introdotto i principi del metodo modellistico di simulazione delle dinamiche di popolazione, metodo che variamente perfezionato è ancora oggi in . Per arrivare all’espressione compiuta più autorevole della scienza ecologica, però, si dovranno attendere le fondamentali intuizioni di Erwin Schrödinger, la cui «biofisica» permise di superare l’impostazione troppo rigidamente matematica di Lotka e Volterra, integrandola con la termodinamica statistica di ispirazione boltzmanniana: si apriva così la strada alla teoria energetista degli ecosistemi, sviluppata compiutamente a partire dagli anni cinquanta dai fratelli Eugene P. e Howard T. Odum. Il processo di fisicizzazione dell’e., se da un lato la inserisce nella corrente biologica riduzionista, dall’altro le permette la trattazione quantitativa unitaria e rigorosa di molti ambiti fenomenici, ben al di là del regno biologico in senso stretto. Ciò è reso possibile dalla commutabilità delle unità di misura termodinamiche, informatiche ed economiche: la trasmissione delle informazioni può essere descritta in termini di relazioni tra energia ed entropia, mentre i flussi economici vengono facilmente ridotti a fattori energetici o informatici. Grazie a questa plasticità e capacità universalizzante e nonostante il carattere riduzionista del suo apparato concettuale e metodologico, l’e. si propone nella seconda metà del Novecento come modello ermeneutico sempre più generale, divenendo infine il paradigma dell’«olismo» e generando un’importante serie di sintesi teoriche, dalla considerazione unitaria degli ecosistemi naturali e antropizzati nell’Ipotesi Gaia di James Lovelock, che introduce il concetto di «sistema biocibernetico autoregolato» per la biosfera, alla storia materiale in chiave ecologica di Jeremy Rifkin o all’ecologia della mente di Gregory Bateson. Sul piano filosofico, è principalmente l’opera di Hans Jonas a farsi interprete, rinnovando implicitamente fondamentali categorie heideggeriane ed ampliando lo spettro delle analisi di Günther Anders, di una riflessione ampia e approfondita sulle implicazioni della crisi ambientale: è con il suo Il principio responsabilità (1979) che di fatto l’etica ecologica acquisisce pieno diritto di cittadinanza nel contesto dell’etica pratica e applicata.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/364917
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