L’esperienza di malattia è il terreno sul quale medici e pazienti, entrambi portatori di complesse culture, tessono specifiche rappresentazioni (Good, 1994). La prima visita, gli accertamenti, la comunicazione della diagnosi, la prognosi, la prescrizione della terapia, la aderenza terapeutica, le eventuali ospedalizzazioni sono alcune delle tappe di un percorso durante il quale l’identità del soggetto che si è imbattuto nella malattia deve ristrutturarsi, proprio a partire dalla sua rappresentazione: il medico assume un ruolo rilevante, divenendo un altro significativo che innanzitutto detiene il potere di dare nome e senso ad un evento inatteso e perturbante che cambia l’esistenza; e dal quale ci si attende la risoluzione competente del problema che ha intralciato un percorso canonico di vita (Parrello, 2008). Scrive Drusini (2000) che il paziente, vedendo se stesso attraverso gli occhi del medico, spesso apprende a rinunciare alla propria esperienza di malattia e di corporeità e si affida totalmente a lui. La relazione medico-paziente non riguarda dunque solo la qualità della comunicazione intesa come scambio di informazioni sui meccanismi della malattia e delle possibilità di cura: essa fonda e organizza la nuova vita dell’ammalato, entro una temporalità breve, lunga o cronica. In altri termini quando una persona incontra un medico e porta nel suo studio i propri sintomi col corpo e li racconta con la mente, il suo interlocutore accoglie questi elementi e li colloca all’interno della propria cultura medica ma anche della propria cultura personale, restituendo una rappresentazione di malattia con cui il paziente non può non confrontarsi (Klitzman, 2002). Nella nostra società la formazione medica induce i professionisti del settore ad una forma di razionalismo scientifico (medicina basata sull’evidenza) che esplicitamente tende ad allontanarsi da altri elementi provenienti dalla cultura popolare, di matrice familiare, religiosa, ecc., rielaborati personalmente. In altri termini il medico si ritiene ed è ritenuto portatore di un patrimonio di cultura scientifica - la “casa solida e difesa” di cui parla Galimberti (2006) - nella quale la malattia è affrontata in una prospettiva oggettivizzante. L’esperienza diretta di malattia, il passare dall’altra parte, da medici a pazienti, spesso comporta l’assunzione di una prospettiva nuova che sorprende e arricchisce, ma che non necessariamente trasforma il comportamento del medico. Tuttavia proprio l’esperienza diretta di malattia da parte del medico ed anche dell’infermiere consente di reperire elementi utili a ricostruire la loro rappresentazione di malattia derivante dal percorso formativo professionalizzante (Good, 1994; Giani, 2009), dall’esercizio professionale, ma anche dal patrimonio culturale personale (Bruner, 2002). In che modo queste componenti si integrano, se si integrano (Giani, 2009)? In che modo incidono nel tipo di relazione e comunicazione che l’operatore sanitario mette in atto col paziente? Questo studio ha indagato la rappresentazione di malattia degli operatori sanitari, a partire dall’ipotesi che essa sia intrisa non soltanto di elementi scientifici derivanti dalla loro specifica formazione professionale, ma anche di elementi ingenui tipici della psicologia popolare. Si ritiene infatti che anche questi elementi agiscano nella comunicazione coi pazienti. A tal fine sono state condotte due ricerche: 1. DALL’ALTRA PARTE: MEDICI E INFERMIERI NARRANO LA PROPRIA ESPERIENZA DI MALATTIA 2. LA RAPPRESENTAZIONE DELLA MALATTIA DEGLI OPERATORI SANITARI INDAGATA ATTRAVERSO UN QUESTIONARIO (IPQ-R)

La malattia degli operatori sanitari tra cultura scientifica e cultura popolare

OSORIO, Maricela;PARRELLO, SANTA
2009

Abstract

L’esperienza di malattia è il terreno sul quale medici e pazienti, entrambi portatori di complesse culture, tessono specifiche rappresentazioni (Good, 1994). La prima visita, gli accertamenti, la comunicazione della diagnosi, la prognosi, la prescrizione della terapia, la aderenza terapeutica, le eventuali ospedalizzazioni sono alcune delle tappe di un percorso durante il quale l’identità del soggetto che si è imbattuto nella malattia deve ristrutturarsi, proprio a partire dalla sua rappresentazione: il medico assume un ruolo rilevante, divenendo un altro significativo che innanzitutto detiene il potere di dare nome e senso ad un evento inatteso e perturbante che cambia l’esistenza; e dal quale ci si attende la risoluzione competente del problema che ha intralciato un percorso canonico di vita (Parrello, 2008). Scrive Drusini (2000) che il paziente, vedendo se stesso attraverso gli occhi del medico, spesso apprende a rinunciare alla propria esperienza di malattia e di corporeità e si affida totalmente a lui. La relazione medico-paziente non riguarda dunque solo la qualità della comunicazione intesa come scambio di informazioni sui meccanismi della malattia e delle possibilità di cura: essa fonda e organizza la nuova vita dell’ammalato, entro una temporalità breve, lunga o cronica. In altri termini quando una persona incontra un medico e porta nel suo studio i propri sintomi col corpo e li racconta con la mente, il suo interlocutore accoglie questi elementi e li colloca all’interno della propria cultura medica ma anche della propria cultura personale, restituendo una rappresentazione di malattia con cui il paziente non può non confrontarsi (Klitzman, 2002). Nella nostra società la formazione medica induce i professionisti del settore ad una forma di razionalismo scientifico (medicina basata sull’evidenza) che esplicitamente tende ad allontanarsi da altri elementi provenienti dalla cultura popolare, di matrice familiare, religiosa, ecc., rielaborati personalmente. In altri termini il medico si ritiene ed è ritenuto portatore di un patrimonio di cultura scientifica - la “casa solida e difesa” di cui parla Galimberti (2006) - nella quale la malattia è affrontata in una prospettiva oggettivizzante. L’esperienza diretta di malattia, il passare dall’altra parte, da medici a pazienti, spesso comporta l’assunzione di una prospettiva nuova che sorprende e arricchisce, ma che non necessariamente trasforma il comportamento del medico. Tuttavia proprio l’esperienza diretta di malattia da parte del medico ed anche dell’infermiere consente di reperire elementi utili a ricostruire la loro rappresentazione di malattia derivante dal percorso formativo professionalizzante (Good, 1994; Giani, 2009), dall’esercizio professionale, ma anche dal patrimonio culturale personale (Bruner, 2002). In che modo queste componenti si integrano, se si integrano (Giani, 2009)? In che modo incidono nel tipo di relazione e comunicazione che l’operatore sanitario mette in atto col paziente? Questo studio ha indagato la rappresentazione di malattia degli operatori sanitari, a partire dall’ipotesi che essa sia intrisa non soltanto di elementi scientifici derivanti dalla loro specifica formazione professionale, ma anche di elementi ingenui tipici della psicologia popolare. Si ritiene infatti che anche questi elementi agiscano nella comunicazione coi pazienti. A tal fine sono state condotte due ricerche: 1. DALL’ALTRA PARTE: MEDICI E INFERMIERI NARRANO LA PROPRIA ESPERIENZA DI MALATTIA 2. LA RAPPRESENTAZIONE DELLA MALATTIA DEGLI OPERATORI SANITARI INDAGATA ATTRAVERSO UN QUESTIONARIO (IPQ-R)
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/358993
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