Nel corso del 1859 il processo di unificazione nazionale italiano ebbe un’improvvisa accelerazione: i successi della campagna militare condotta dal Regno di Sardegna con il decisivo appoggio politico ed armato dei francesi per volontà di Napoleone III avevano determinato nella Penisola una situazione di fatto che andava ben oltre il parziale arresto segnato dall’armistizio di Villafranca dell’11 luglio tra Francia ed Austria, con l’impegno a ripristinare lo “statu quo ante” nel Centro Italia, ove invece si erano intanto installati governi provvisori liberalmoderati filosabaudi. La spinta si configurava dirompente ed inarrestabile nei confronti degli assetti sanzionati appena quaranta anni addietro dal Congresso di Vienna, ma le prospettive di restaurazione venivano confermate dalla pace di Zurigo del novembre. Si rendeva urgente una nuova conferenza delle grandi potenze europee da svolgersi a Parigi al fine di definire la sistemazione politica da dare alla penisola. In quel clima, da più direzioni, si rese estremamente urgente agire sull’opinione pubblica al fine di formare vasti fronti di pressione indispensabili a raggiungere gli obiettivi sostenuti. Su questa direttrice si pose anche l’aristocratico politico piemontese Massimo D’Azeglio, conservatore e già ampiamente coinvolto nelle vicende risorgimentali, intento a realizzare, in stretta corrispondenza con l’influente intellettuale parigino, Eugène Rendu un phamphlet, più propriamente una brochure, volta a sostenere agli occhi dei francesi, ed anz itutto dell’imperatore, le ragioni a sostegno dell’aggregazione della Toscana e della Romagna allo stato sabaudo. Con una lotta contro il tempo, che il volume descrive minuto per minuto, per dare il senso della drammaticità del momento, l’opuscolo, La politique e le droit chrétien au poit de vue dela question italienne, poté comparire a Parigi, presso l’editore Dentu, il 21 dicembre, proprio mentre lo stesso editore metteva in circolazione un’altra brochure, Le Pape et le Congrès, attribuita al visconte de la Guerroniére, dietro cui vi era la posizione ufficiosa dello stesso Napoleone III. Lo scalpore e le proteste suscitate da parte del clero cattolico francese per le tesi sostenute da un “dilettante della politica” ebbero come conseguenza rilevante il revirement politico parigino circa la questione italiana, un profilo di grande interesse sotto il profilo storico. Di maggior interesse si presentano le valutazioni politico-giuridiche relative all’opuscolo dazegliano. La ‘laicità’ in un contesto liberalmoderato non si esime, sul piano storico, dal riconoscere che «la ragione umana ha svolto dall’insegnamento cristiano i grandi principi dell’uguaglianza dinanzi alla legge, della libertà di coscienza, ed altri i quali sono collocati, più ancora che nei codici, nei nostri costumi». Da questo “principio cristiano”, che è «la consacrazione del diritto dei deboli» contro «i principi pagani della forza, della conquista, della schiavitù», D’Azeglio, in qualche caso semplicisticamente, deriva i principi di autodeterminazione, il rigetto di ogni intervento esterno riequilibratore, la stessa “rivisitazione” del principio di “nazionalità”, come configurato con sensibilità mazziniana da Pasquale Stanislao Mancini. L’”ampia concessione” allo “spirito cristiano” non impedisce al D’Azeglio di asserire l’inadeguatezza del dominio temporale della Chiesa, inviso, anacronistico e dannoso alla stessa ‘sovranità’ della Chiesa nella considerazione che più ridotto è il territorio tanto maggiore ne risulterebbe la sovranità. Persino il riconoscimento sul piano internazionale del fait accompli contribuisce nella visione coerente, anche se legata alla congiuntura politica, che «la tranquillità dell’Europa richiede che l’Italia non sia di nessuno, ma appartenga a sé stessa».

Le radici. Rileggendo La politica e il diritto cristiano di Massimo D’Azeglio

CERNIGLIARO, AURELIO
2009

Abstract

Nel corso del 1859 il processo di unificazione nazionale italiano ebbe un’improvvisa accelerazione: i successi della campagna militare condotta dal Regno di Sardegna con il decisivo appoggio politico ed armato dei francesi per volontà di Napoleone III avevano determinato nella Penisola una situazione di fatto che andava ben oltre il parziale arresto segnato dall’armistizio di Villafranca dell’11 luglio tra Francia ed Austria, con l’impegno a ripristinare lo “statu quo ante” nel Centro Italia, ove invece si erano intanto installati governi provvisori liberalmoderati filosabaudi. La spinta si configurava dirompente ed inarrestabile nei confronti degli assetti sanzionati appena quaranta anni addietro dal Congresso di Vienna, ma le prospettive di restaurazione venivano confermate dalla pace di Zurigo del novembre. Si rendeva urgente una nuova conferenza delle grandi potenze europee da svolgersi a Parigi al fine di definire la sistemazione politica da dare alla penisola. In quel clima, da più direzioni, si rese estremamente urgente agire sull’opinione pubblica al fine di formare vasti fronti di pressione indispensabili a raggiungere gli obiettivi sostenuti. Su questa direttrice si pose anche l’aristocratico politico piemontese Massimo D’Azeglio, conservatore e già ampiamente coinvolto nelle vicende risorgimentali, intento a realizzare, in stretta corrispondenza con l’influente intellettuale parigino, Eugène Rendu un phamphlet, più propriamente una brochure, volta a sostenere agli occhi dei francesi, ed anz itutto dell’imperatore, le ragioni a sostegno dell’aggregazione della Toscana e della Romagna allo stato sabaudo. Con una lotta contro il tempo, che il volume descrive minuto per minuto, per dare il senso della drammaticità del momento, l’opuscolo, La politique e le droit chrétien au poit de vue dela question italienne, poté comparire a Parigi, presso l’editore Dentu, il 21 dicembre, proprio mentre lo stesso editore metteva in circolazione un’altra brochure, Le Pape et le Congrès, attribuita al visconte de la Guerroniére, dietro cui vi era la posizione ufficiosa dello stesso Napoleone III. Lo scalpore e le proteste suscitate da parte del clero cattolico francese per le tesi sostenute da un “dilettante della politica” ebbero come conseguenza rilevante il revirement politico parigino circa la questione italiana, un profilo di grande interesse sotto il profilo storico. Di maggior interesse si presentano le valutazioni politico-giuridiche relative all’opuscolo dazegliano. La ‘laicità’ in un contesto liberalmoderato non si esime, sul piano storico, dal riconoscere che «la ragione umana ha svolto dall’insegnamento cristiano i grandi principi dell’uguaglianza dinanzi alla legge, della libertà di coscienza, ed altri i quali sono collocati, più ancora che nei codici, nei nostri costumi». Da questo “principio cristiano”, che è «la consacrazione del diritto dei deboli» contro «i principi pagani della forza, della conquista, della schiavitù», D’Azeglio, in qualche caso semplicisticamente, deriva i principi di autodeterminazione, il rigetto di ogni intervento esterno riequilibratore, la stessa “rivisitazione” del principio di “nazionalità”, come configurato con sensibilità mazziniana da Pasquale Stanislao Mancini. L’”ampia concessione” allo “spirito cristiano” non impedisce al D’Azeglio di asserire l’inadeguatezza del dominio temporale della Chiesa, inviso, anacronistico e dannoso alla stessa ‘sovranità’ della Chiesa nella considerazione che più ridotto è il territorio tanto maggiore ne risulterebbe la sovranità. Persino il riconoscimento sul piano internazionale del fait accompli contribuisce nella visione coerente, anche se legata alla congiuntura politica, che «la tranquillità dell’Europa richiede che l’Italia non sia di nessuno, ma appartenga a sé stessa».
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