In una prospettiva in cui la città doveva tendere a limitare la sua espansione, concetti come quello di modificazione, appartenenza, luogo, relazione tra intervento e contesto, continuità morfologica e tipologica sono stati assunti come preminenti sia nelle sperimentazioni architettoniche che in quelle urbanistiche, non solo nelle parti di città di più antica formazione ma anche nelle periferie alla ricerca di una loro identità. Questi concetti e questi ritrovati rapporti disciplinari finalmente ritrovano un collegamento con tutta quella serie di elaborazioni portate avanti nel corso di oltre mezzo secolo da alcune figure emergenti della cultura architettonica italiana. Come brani di un discorso unitario, frutto di una riflessione costante, quanto troppo a lungo disattesa, appaiono la teoria rogersiana delle preesistenze ambientali, quella dell'unità tra architettura ed urbanistica di Samonà, quella muratoriana della città storica come organismo, opera d'arte collettiva realizzata nel corso del tempo, quella di Quaroni sulla qualità dello spazio urbano, quella del rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana portata avanti in primo luogo dalla scuola di architettura di Venezia, quella della città analoga di Rossi. Usando una serie di espressioni di Tafuri e Gregotti, si può affermare che rispetto al periodo precedente, abbandonata l'idea di sovrapporre all'esistente un disegno prefigurato, l'attenzione è rivolta ad una sua analisi realistica, il piano non si fonda più su un modello ma sull'interpretazione della morfologia della città esistente. Emerge una nuova attenzione alle regole costruttive della città fisica ed una nuova centralità per il dibattito architettonico. Caduta ogni utopia totalizzante e messo da parte il pathos per il nuovo, la prospettiva è sostanzialmente quella di proporre frammenti di una organizzazione globale possibile, in una ritrovata continuità tra struttura formata da stratificazioni di lungo periodo, parti di città considerate irrisolte da trasformare e nuovi interventi. Così ogni operazione d'architettura è sempre più azione di modificazione parziale, per oggetti discreti, per spostamenti minimi e specifici. Il progetto con il suo linguaggio è fondamentale misura di quella modificazione ed espressione della condizione di appartenenza ad un luogo, ad una tradizione, ad una cultura, alla storia della disciplina. In sintesi si può dire che alla categoria del contrasto e della contrapposizione si sia sostituita quella della continuità e della corrispondenza. Non si tratta di un atteggiamento nostalgico verso i tempi andati, né di uno scadimento scenografico, né tanto meno di una strategia di occultamento del progetto per superare le resistenze ad ogni intervento nei contesti storici. Anzi, si tratta sostanzialmente dell'opposto, cioè di un'articolazione del progetto commisurata alle specifiche richieste che con diversi gradi di evidenza, la città e le sue parti ci pongono. Un'articolazione che trae origine dalla riflessione sulle insufficienze dell'architettura contemporanea ma che, proprio in questo coraggio, dichiara la sua appartenenza alla tradizione del moderno. Tra ciò che l'esperienza critica della città ci mostra e la storia della disciplina architettonica ci spiega, si svolge l'invenzione progettuale che rappresenta l'inevitabile rischio del progetto. Questo dissi qualche anno fa ragionando intorno ad un mio progetto, riguardante un intervento in un picco- lo centro storico del Mezzogiorno, con il quale si dovevano risarcire i danni causati da un dissonante intervento degli anni '50 e in questo tuttora credo. Purtroppo bisogna riconoscere che i concetti di opposizione e di contrasto, l'idea di prepotenti inserimenti del moderno nei contesti antichi - per tornare ad usare espressioni care a Zevi - rappresentano di nuovo i riferimenti di molte proposte contemporanee in cui riflessione teorica e riferimenti alla storia e ai segni dei luoghi sembrano essere surrogati dalle personali poetiche di nuovi sensitivi della forma che spesso, per dare significatività alle loro intuizioni, ci propongono edifici come colline, vele, spugne, come ali di gabbiano o trasparenti pagine di giornale. Ci propongono sostanzialmente edifici che non vogliono essere edifici e, contemporaneamente, in nome di un globalismo tecnico ed economico, con un paradossale e simmetrico realismo un po' cinico, ci offrono la rinuncia a configurare realtà migliori e alternative a quelle attuali.

Costruire nel costruito. Dal contrasto alla continuità... e ritorno

MAININI, GIANCARLO LUIGI
2005

Abstract

In una prospettiva in cui la città doveva tendere a limitare la sua espansione, concetti come quello di modificazione, appartenenza, luogo, relazione tra intervento e contesto, continuità morfologica e tipologica sono stati assunti come preminenti sia nelle sperimentazioni architettoniche che in quelle urbanistiche, non solo nelle parti di città di più antica formazione ma anche nelle periferie alla ricerca di una loro identità. Questi concetti e questi ritrovati rapporti disciplinari finalmente ritrovano un collegamento con tutta quella serie di elaborazioni portate avanti nel corso di oltre mezzo secolo da alcune figure emergenti della cultura architettonica italiana. Come brani di un discorso unitario, frutto di una riflessione costante, quanto troppo a lungo disattesa, appaiono la teoria rogersiana delle preesistenze ambientali, quella dell'unità tra architettura ed urbanistica di Samonà, quella muratoriana della città storica come organismo, opera d'arte collettiva realizzata nel corso del tempo, quella di Quaroni sulla qualità dello spazio urbano, quella del rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana portata avanti in primo luogo dalla scuola di architettura di Venezia, quella della città analoga di Rossi. Usando una serie di espressioni di Tafuri e Gregotti, si può affermare che rispetto al periodo precedente, abbandonata l'idea di sovrapporre all'esistente un disegno prefigurato, l'attenzione è rivolta ad una sua analisi realistica, il piano non si fonda più su un modello ma sull'interpretazione della morfologia della città esistente. Emerge una nuova attenzione alle regole costruttive della città fisica ed una nuova centralità per il dibattito architettonico. Caduta ogni utopia totalizzante e messo da parte il pathos per il nuovo, la prospettiva è sostanzialmente quella di proporre frammenti di una organizzazione globale possibile, in una ritrovata continuità tra struttura formata da stratificazioni di lungo periodo, parti di città considerate irrisolte da trasformare e nuovi interventi. Così ogni operazione d'architettura è sempre più azione di modificazione parziale, per oggetti discreti, per spostamenti minimi e specifici. Il progetto con il suo linguaggio è fondamentale misura di quella modificazione ed espressione della condizione di appartenenza ad un luogo, ad una tradizione, ad una cultura, alla storia della disciplina. In sintesi si può dire che alla categoria del contrasto e della contrapposizione si sia sostituita quella della continuità e della corrispondenza. Non si tratta di un atteggiamento nostalgico verso i tempi andati, né di uno scadimento scenografico, né tanto meno di una strategia di occultamento del progetto per superare le resistenze ad ogni intervento nei contesti storici. Anzi, si tratta sostanzialmente dell'opposto, cioè di un'articolazione del progetto commisurata alle specifiche richieste che con diversi gradi di evidenza, la città e le sue parti ci pongono. Un'articolazione che trae origine dalla riflessione sulle insufficienze dell'architettura contemporanea ma che, proprio in questo coraggio, dichiara la sua appartenenza alla tradizione del moderno. Tra ciò che l'esperienza critica della città ci mostra e la storia della disciplina architettonica ci spiega, si svolge l'invenzione progettuale che rappresenta l'inevitabile rischio del progetto. Questo dissi qualche anno fa ragionando intorno ad un mio progetto, riguardante un intervento in un picco- lo centro storico del Mezzogiorno, con il quale si dovevano risarcire i danni causati da un dissonante intervento degli anni '50 e in questo tuttora credo. Purtroppo bisogna riconoscere che i concetti di opposizione e di contrasto, l'idea di prepotenti inserimenti del moderno nei contesti antichi - per tornare ad usare espressioni care a Zevi - rappresentano di nuovo i riferimenti di molte proposte contemporanee in cui riflessione teorica e riferimenti alla storia e ai segni dei luoghi sembrano essere surrogati dalle personali poetiche di nuovi sensitivi della forma che spesso, per dare significatività alle loro intuizioni, ci propongono edifici come colline, vele, spugne, come ali di gabbiano o trasparenti pagine di giornale. Ci propongono sostanzialmente edifici che non vogliono essere edifici e, contemporaneamente, in nome di un globalismo tecnico ed economico, con un paradossale e simmetrico realismo un po' cinico, ci offrono la rinuncia a configurare realtà migliori e alternative a quelle attuali.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/187671
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