Il libro edito in occasione della mostra tenuta nell’aula Magna della Sapienza di Roma racconta la poetica di Makovecz, infine, si è alimentata alla dottrina di Rudolf Steiner (1861-1925) fondatore dell’antrosopofia, “moderna scienza dello spirito”, la cui idea prende spunto dalla considerazione che il mondo fisico sensibile, immateriale, è fondamento per quello concreto, materiale. Tale universo simbolico, basato sulle “forze sottili”, ha avuto come precedente gli studi di Goethe sulla metamorfosi degli organismi vegetali che lo condussero a rilevare l’importanza del “non manifesto” e di conseguenza del valore attribuito ai significati degli archetipi e del simbolo. Ne sono esempi significativi il podio e il pilastro del Gotheanum, carichi di simbolismo allusivo rispettivamente della laringe e della tibia. Le opere di Makovecz, con le loro alte torri/campanili/guglie/cuspidi, con le loro aperture a misura d’uomo, con gli spazi interni evocativi delle dissolvenze cinematografiche, con i materiali diversi che dialogano per contrasto, sebbene poste in luoghi e appartenenti a tipi diversi, Siviglia, Siòfok, Makò, Hannover, Stephaneum sembrano ricostruire mentalmente un luogo onirico, quel villaggio antroposofico di cui Steiner andava orgoglioso. La mostra e l’opera di Makovecz sono state portate alla Federico II di Napoli subito dopo la mostra di Roma. Nel libro sono presenti diversi saggi, alcuni dei quali sono stati redatti da Portoghesi, Bordini e Lux.

IMRE MAKOVECZ

PRIORI, GIANCARLO;
2001

Abstract

Il libro edito in occasione della mostra tenuta nell’aula Magna della Sapienza di Roma racconta la poetica di Makovecz, infine, si è alimentata alla dottrina di Rudolf Steiner (1861-1925) fondatore dell’antrosopofia, “moderna scienza dello spirito”, la cui idea prende spunto dalla considerazione che il mondo fisico sensibile, immateriale, è fondamento per quello concreto, materiale. Tale universo simbolico, basato sulle “forze sottili”, ha avuto come precedente gli studi di Goethe sulla metamorfosi degli organismi vegetali che lo condussero a rilevare l’importanza del “non manifesto” e di conseguenza del valore attribuito ai significati degli archetipi e del simbolo. Ne sono esempi significativi il podio e il pilastro del Gotheanum, carichi di simbolismo allusivo rispettivamente della laringe e della tibia. Le opere di Makovecz, con le loro alte torri/campanili/guglie/cuspidi, con le loro aperture a misura d’uomo, con gli spazi interni evocativi delle dissolvenze cinematografiche, con i materiali diversi che dialogano per contrasto, sebbene poste in luoghi e appartenenti a tipi diversi, Siviglia, Siòfok, Makò, Hannover, Stephaneum sembrano ricostruire mentalmente un luogo onirico, quel villaggio antroposofico di cui Steiner andava orgoglioso. La mostra e l’opera di Makovecz sono state portate alla Federico II di Napoli subito dopo la mostra di Roma. Nel libro sono presenti diversi saggi, alcuni dei quali sono stati redatti da Portoghesi, Bordini e Lux.
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