Collana: Soggettività etica e psicologia diretta da Giuseppe Cantillo Compare di frequente nell’opera di Hannah Arendt l’intenzione di veder esercitata – sul piano della riflessione filosofica intorno al significato più proprio della vita umana – una sorta di radicale critica della vita intima. Ciò allo scopo di riscrivere per un verso la nozione di soggetto e di elaborare peraltro, nei suoi tratti essenziali, una teoria del giudizio politico. L’accento posto dalla pensatrice sul tema della vita condivisa (discorso e azione) metteva decisamente in secondo piano, se non addirittura in disparte, ogni analisi intimistica e la tendenza all’introspezione tipica della mentalità moderna. Andava anzitutto denunciata l’illusione che la nostra vita interiore sia più inerente a quel che siamo di ciò che appare all’esterno. Andava poi distinto il vissuto dell’anima – che è tutt’uno col corpo nell’uniformità di funzioni vitali – dalle capacità della mente che sono il pensare, il volere, il giudicare, mediante le quali si edifica nel tempo e nella storia quel fiero sentimento del vero, che abbiamo in comune. Tracciando così il profilo di una soggettività aperta e responsabile, la Arendt tradusse in parafrasi teorica l’immagine di un intérieur costruito all’esterno, come quei “passaggi” tipici di Parigi, descritti da Benjamin, simbolo del vivere fuori come a casa propria, nella familiarità domestica di una dimensione plurale, che è ben altra cosa dal sentirsi in simbiosi col frastuono del mondo.

Critica della vita intima. Soggettività e giudizio in Hannah Arendt

CAVALIERE, RENATA
2005

Abstract

Collana: Soggettività etica e psicologia diretta da Giuseppe Cantillo Compare di frequente nell’opera di Hannah Arendt l’intenzione di veder esercitata – sul piano della riflessione filosofica intorno al significato più proprio della vita umana – una sorta di radicale critica della vita intima. Ciò allo scopo di riscrivere per un verso la nozione di soggetto e di elaborare peraltro, nei suoi tratti essenziali, una teoria del giudizio politico. L’accento posto dalla pensatrice sul tema della vita condivisa (discorso e azione) metteva decisamente in secondo piano, se non addirittura in disparte, ogni analisi intimistica e la tendenza all’introspezione tipica della mentalità moderna. Andava anzitutto denunciata l’illusione che la nostra vita interiore sia più inerente a quel che siamo di ciò che appare all’esterno. Andava poi distinto il vissuto dell’anima – che è tutt’uno col corpo nell’uniformità di funzioni vitali – dalle capacità della mente che sono il pensare, il volere, il giudicare, mediante le quali si edifica nel tempo e nella storia quel fiero sentimento del vero, che abbiamo in comune. Tracciando così il profilo di una soggettività aperta e responsabile, la Arendt tradusse in parafrasi teorica l’immagine di un intérieur costruito all’esterno, come quei “passaggi” tipici di Parigi, descritti da Benjamin, simbolo del vivere fuori come a casa propria, nella familiarità domestica di una dimensione plurale, che è ben altra cosa dal sentirsi in simbiosi col frastuono del mondo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11588/177571
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