Timothy Morton sostiene che la foresta ci dimostra che l’esistenza è sempre coesistenza, risulta natu-rale chiedersi se è quindi possibile – e in quali modi – integrare la foresta nello spazio urbano e favo-rire una convivenza pacifica tra umano e più-che-umano. Se l’esistenza è sempre co-esistenza e se – aggiungerebbe Latour – il design è sempre co-design, è possibile riprogettare i luoghi in cui co-abitiamo (umani e non umani) a partire da processi collaborativi? Può l’azione progettuale partire dal basso e favorire lo sviluppo di comunità in grado di riappropriarsi in maniera sovversiva e partecipati-va degli spazi urbani comuni? E soprattutto, possono le città diventare habitat più-che-urbani? Il pa-per indaga una possibile risposta progettuale per coltivare tattiche alternative di integrazione città-foresta favorendo una collaborazione multispecie. Nello specifico si analizza una pratica informale di urbanistica tattica per prendersi cura del verde urbano a partire dalle risorse esistenti, trasformandole in urban commons e promuovendo la partecipazione comunitaria. I “Guerrilla Grafters” – movimento ormai globale nato da un gruppo di attivisti a San Francisco – hanno sviluppato una strategia di hac-king delle foreste esistenti all’interno delle città, innestando rami fruttiferi sugli alberi da frutto orna-mentali, trasformando le strade urbane in foreste alimentari. Lo sviluppo di una soluzione scalabile e replicabile grazie a un processo di open design contribuisce inoltre a trasformare le città da centri di consumo alimentare a centri di produzione. Il grafting non è soltanto una pratica alternativa di rinatu-ralizzazione dello spazio urbano mossa da processi collaborativi più-che-umani, ma è anche una ri-sposta al tema dell’insicurezza alimentare, rendendo concreta e possibile l’idea di città commestibile. La ricerca analizza il caso studio come forma di co-progettazione alternativa per innestare la cultura della cura del più-che-umano nello spazio urbano.
Innestare la cura. Trasformare le città in habitat più-che-urbani / Toledo, B.. - 1:(2026), pp. 148-155. (ARBOSFERA. RIPENSARE LO SPAZIO URBANO ATTRAVERSO LA FORESTA Napoli 10-11 gennaio 2025) [10.69077/ARBOSFERA_01].
Innestare la cura. Trasformare le città in habitat più-che-urbani.
Benedetta Toledo
2026
Abstract
Timothy Morton sostiene che la foresta ci dimostra che l’esistenza è sempre coesistenza, risulta natu-rale chiedersi se è quindi possibile – e in quali modi – integrare la foresta nello spazio urbano e favo-rire una convivenza pacifica tra umano e più-che-umano. Se l’esistenza è sempre co-esistenza e se – aggiungerebbe Latour – il design è sempre co-design, è possibile riprogettare i luoghi in cui co-abitiamo (umani e non umani) a partire da processi collaborativi? Può l’azione progettuale partire dal basso e favorire lo sviluppo di comunità in grado di riappropriarsi in maniera sovversiva e partecipati-va degli spazi urbani comuni? E soprattutto, possono le città diventare habitat più-che-urbani? Il pa-per indaga una possibile risposta progettuale per coltivare tattiche alternative di integrazione città-foresta favorendo una collaborazione multispecie. Nello specifico si analizza una pratica informale di urbanistica tattica per prendersi cura del verde urbano a partire dalle risorse esistenti, trasformandole in urban commons e promuovendo la partecipazione comunitaria. I “Guerrilla Grafters” – movimento ormai globale nato da un gruppo di attivisti a San Francisco – hanno sviluppato una strategia di hac-king delle foreste esistenti all’interno delle città, innestando rami fruttiferi sugli alberi da frutto orna-mentali, trasformando le strade urbane in foreste alimentari. Lo sviluppo di una soluzione scalabile e replicabile grazie a un processo di open design contribuisce inoltre a trasformare le città da centri di consumo alimentare a centri di produzione. Il grafting non è soltanto una pratica alternativa di rinatu-ralizzazione dello spazio urbano mossa da processi collaborativi più-che-umani, ma è anche una ri-sposta al tema dell’insicurezza alimentare, rendendo concreta e possibile l’idea di città commestibile. La ricerca analizza il caso studio come forma di co-progettazione alternativa per innestare la cultura della cura del più-che-umano nello spazio urbano.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


