Nell’era geologica dell’Antropocene in cui viviamo, l’azione trasformativa umana sul sistema terrestre risulta predominante: il modello di sviluppo influenzato dall’ideologia moderna di progresso industriale, dalla globalizzazione e dalla tendenza a considerare prioritarie le esigenze umane sta trasformando il pianeta fino a considerare tutto ciò che come noi lo abita nient’altro che una risorsa da consumare. Piuttosto che cercare altri luoghi da abitare e riprogettare, dovremmo, come specie (e poi come designer), ripensare le nostre abitudini e il nostro modo di concepire secondarie le soggettività non standard, cioè che non rientrano nell’ideale umanista di “Uomo” (maschio, bianco, occidentale, eterosessuale, “normalmente” abile). Nonostante lo human-centered design si sia mosso nella direzione di una progettazione collaborativa nei confronti dell’utente finale, coinvolgendolo all’interno del processo di ideazione e provando a studiare le sue necessità, il suo approccio resta in parte limitato da una visione antropocentrica che utilizza la materia e gli agenti non umani come risorse passive, non considerando l’agentività, la vitalità e il potenziale delle entità non-umane (Bennett, 2010). In questa ricerca si esplora la possibilità proposta dal more-than-human-centered design di instaurare una nuova ecologia di pensiero progettuale. Cosa implica riconoscere nei processi di co-design le agentività di attori umani e non-umani? Esplorando il co-design con gli oggetti quotidiani, si analizzano pratiche di riuso e riparazione che emergono spontaneamente in contesti di scarsità di risorse. Attraverso una prospettiva più-che-umana, la ricerca si concentra su fenomeni come la disobbedienza tecnologica e la jugaad individuandoli come atti di co-produzione tra umani e non-umani, capaci di valorizzare la partecipazione delle entità non-umane e non viventi. In particolare, i casi di Napoli e Cuba mostrano come le pratiche di riparazione non si limitano a prolungare il ciclo di vita degli artefatti, ma ne sfidano la posizione ontologica, mettendo in discussione le logiche antropocentriche. Esperienze come i Restart Parties dimostrano il potenziale trasformativo della riparazione come forma di cura materiale ed ecologica. Questa ricerca suggerisce che il co-design con gli artefatti di uso quotidiano può essere interpretato come una forma di design radicale, in grado di mettere in luce la pluripotenzialità degli oggetti. Alla luce di queste considerazioni, il paper propone un ripensamento del design non solo in termini di partecipazione umana, ma anche come pratica inclusiva in grado di riconoscere l’agency e le molteplici affordances degli artefatti.
Co-design with everyday "things". Pratiche collaborative per progettare con il più-che-umano / Toledo, B.. - (2025), pp. 1228-1241. (CONFERENZA ANNUALE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI DESIGN Napoli, Università degli Studi di Napoli Federico II Napoli 26-27 Giugno 2025) [10.6093/978-88-6887-385-1].
Co-design with everyday "things". Pratiche collaborative per progettare con il più-che-umano.
Benedetta Toledo
2025
Abstract
Nell’era geologica dell’Antropocene in cui viviamo, l’azione trasformativa umana sul sistema terrestre risulta predominante: il modello di sviluppo influenzato dall’ideologia moderna di progresso industriale, dalla globalizzazione e dalla tendenza a considerare prioritarie le esigenze umane sta trasformando il pianeta fino a considerare tutto ciò che come noi lo abita nient’altro che una risorsa da consumare. Piuttosto che cercare altri luoghi da abitare e riprogettare, dovremmo, come specie (e poi come designer), ripensare le nostre abitudini e il nostro modo di concepire secondarie le soggettività non standard, cioè che non rientrano nell’ideale umanista di “Uomo” (maschio, bianco, occidentale, eterosessuale, “normalmente” abile). Nonostante lo human-centered design si sia mosso nella direzione di una progettazione collaborativa nei confronti dell’utente finale, coinvolgendolo all’interno del processo di ideazione e provando a studiare le sue necessità, il suo approccio resta in parte limitato da una visione antropocentrica che utilizza la materia e gli agenti non umani come risorse passive, non considerando l’agentività, la vitalità e il potenziale delle entità non-umane (Bennett, 2010). In questa ricerca si esplora la possibilità proposta dal more-than-human-centered design di instaurare una nuova ecologia di pensiero progettuale. Cosa implica riconoscere nei processi di co-design le agentività di attori umani e non-umani? Esplorando il co-design con gli oggetti quotidiani, si analizzano pratiche di riuso e riparazione che emergono spontaneamente in contesti di scarsità di risorse. Attraverso una prospettiva più-che-umana, la ricerca si concentra su fenomeni come la disobbedienza tecnologica e la jugaad individuandoli come atti di co-produzione tra umani e non-umani, capaci di valorizzare la partecipazione delle entità non-umane e non viventi. In particolare, i casi di Napoli e Cuba mostrano come le pratiche di riparazione non si limitano a prolungare il ciclo di vita degli artefatti, ma ne sfidano la posizione ontologica, mettendo in discussione le logiche antropocentriche. Esperienze come i Restart Parties dimostrano il potenziale trasformativo della riparazione come forma di cura materiale ed ecologica. Questa ricerca suggerisce che il co-design con gli artefatti di uso quotidiano può essere interpretato come una forma di design radicale, in grado di mettere in luce la pluripotenzialità degli oggetti. Alla luce di queste considerazioni, il paper propone un ripensamento del design non solo in termini di partecipazione umana, ma anche come pratica inclusiva in grado di riconoscere l’agency e le molteplici affordances degli artefatti.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


