Carlo Gasparrini (edited by) Città Contemporanea e progetto urbano in Italia – Urbanistica n. 126/2005 ABSTRACT (testo di apertura) Misteri e mestieri del progetto urbano in Italia. Un dibattito ordinario e una prassi straordinaria Siamo arrivati in Italia ad apprezzare l’innovazione dei processi di trasformazione urbana caratterizzati dalla ricerca di un’elevata qualità dello spazio e dell’architettura e, contemporaneamente, accompagnati da strumenti di ascolto, facilitazione decisionale e interazione con politiche di sviluppo locale, un bel pò di anni dopo altri Paesi europei. Quando cioè la fase dei grandi progetti urbani sorretti dallo Stato e dalle municipalità locali sembra non aver più grandi possibilità di alimento con la crisi della finanza pubblica. Quando il mercato immobiliare non è più in grado di promettere le trasformazioni mirabolanti che altrove hanno consentito di produrre importanti anche se discutibili risultati. Quando la città e i suoi problemi sono di fatto scomparsi dalle agende di governo a livello nazionale e dai programmi politici non solo di centro-destra. La disputa è amplificata anche da una oggettiva impossibilità di fare un bilancio generoso di cose fatte e di misurare l’efficacia delle diverse posizioni sulla base di risultati tangibili. Pochi Paesi in Europa come l’Italia possono vantare un così forte scarto tra le retoriche degli urbanisti e la loro capacità di incidere sui processi di trasformazione. Quello del “progetto urbano” è un esempio illuminante di questa anomalia e della difficoltà in cui ci troviamo a poter ragionare su programmi e progetti realizzati, non solo a causa della debolezza dell’apparato istituzionale e di governo, del ritardo o dell’affollamento legislativo, dell’inadeguatezza dei promotori privati. Parto allora da una rassegna di ciò che non è “progetto urbano”. Innanzitutto, non è il grande e firmato progetto di architettura che alimenta la competizione internazionale delle città, come sembrerebbe affermarsi nell’immaginario dei media e purtroppo di molti amministratori assetati di griffe capaci di dare visibilità all’azione politica. Non coincide neanche con il ricco repertorio di vision che corredano alcuni piani strategici o strutturali, con i concept che tentano di valorizzare i contenuti interpretativi e propositivi essenziali di una strategia e neanche con quei tridimensionali dei nuovi piani che Giancarlo De Carlo chiamò, irridendoli, “pupazzetti”. Infine non coincide di diritto, come alcuni semplicisticamente tendono a fare, coi “programmi complessi” delle tante amministrazioni che hanno provato a rendere operativi questa tipologia di strumenti; soprattutto quando questi si riducono a una banale lottizzazione residenzial-terziaria o ad un modesto riformismo edilizio di quartiere (una rinfrescata delle facciate, un po’ di verde in più, qualche triste e deperibile “arredo urbano” e tante tante riunioni). I progetti urbani non coincidono con alcuna di queste attività, ma: - condividono con esse la scelta di lavorare su racconti selettivi o parti discrete della città e non hanno la pretesa di riguardarla nel suo insieme, pur proponendo trasformazioni fisiche, funzionali e sociali che travalicano i confini di ciascun progetto; - hanno bisogno di interagire esplicitamente, per la loro credibilità ed efficacia, con visioni strategiche d’assieme e quadri strutturali condivisi, riconosciuti e accettati dentro un processo di pianificazione e programmazione democraticamente formalizzato, e di non palesarsi come coniglio dal cappello dell’autore geniale o del promotore più abile (o tutte e due le cose): in questo senso richiedono forti ed esplicite volontà e decisionalità pubbliche; - devono essere in grado, d’altronde, di prefigurare anche visivamente gli scenari della modificazione distinguendo con accortezza gli elementi resistenti da quelli malleabili della città e del suo paesaggio, dalla scala vasta a quella puntuale dei suoi elementi costitutivi, e di accogliere i futuri, inevitabili e fisiologici assestamenti progettuali lungo il tempo della loro condivisione, gestione e attuazione; - vanno concepiti, quindi, non tanto come abili e convincenti operazioni di disegno ultimativo ma come processi di concertazione, negoziazione e decisione entro un quadro trasparente di regole pubbliche, capaci di intercettare la domanda sociale ed economica e l’integrazione di risorse e soggetti di diversa natura come componenti interne ai processi stessi e non come incidenti di percorso; - in questo senso, non sono meri piani attuativi ma procedure complesse e trasversali, regolamentabili con lo strumento urbanistico generale, capaci di attivare un processo progettuale con regole certe, in grado di sollecitare le grandi scelte strategiche e strutturali e, al contempo, di avviare una molteplicità di approfondimenti progettuali che troveranno nel tempo la loro formalizzazione e attuazione, con ricadute virtuose a tutte le scale del processo di programmazione e pianificazione; - per tutti questi motivi, sollecitano quella interazione virtuosa e transdisciplinare tra competenze e soggetti diversi che è alla base della loro efficacia: non solo maîtres d’oeuvre quindi, per citare l’esperienza francese, ma anche maîtres d’ouvrage, figure in Italia pressoché sconosciute, come anche esperti di comunicazione, marketing e management per il montaggio delle operazioni. Scale Nella città contemporanea, l’intero apparato concettuale che sorreggeva il nostro modo di guardare e di pensare le scale della trasformazione si sgretola. Non solo perché è incapace di descrivere e capire i caratteri stessi della città diffusa, laddove alcuni riferimenti gerarchici tradizionali sono irrimediabilmente saltati. Ma perché inefficace a valorizzare gli impulsi trasformativi sollecitati dai grandi motori della trasformazione, le reti infrastrutturali e ambientali, e la molteplicità di paesaggi, scale e luoghi che esse simultaneamente sollecitano; a costruire quindi visioni della città contemporanea adeguate al rapporto tra grandi processi di trasformazione di scala regionale, nazionale o addirittura transnazionale e dimensioni discrete delle domande locali. Parlo della necessità, anche quando si guarda al singolo frammento, di uno sguardo e di una capacità d’azione interscalari, alle potenzialità spaziali e multifunzionali delle nuove infrastrutture e dei suoi nodi, alla compresenza di una pluralità di spazi trasversali dentro le grandi connessioni ecologiche, alle modificazioni indotte dai condensatori e dispensatori di energie tradizionali e alternative che intercettano e attraversano i frammenti abitati delle nostre città suggerendo relazioni, ricomposizioni e discontinuità fertili. Lo sviluppo di questa capacità non è un problema di grandi opere pubbliche o di grandi segni autoreferenziali, ma di nuovi luoghi dell’identità collettiva attraverso una rinnovata capacità dei cittadini di riconoscersi nelle forme urbane. Identità che non abita più solo e tanto nella piazzetta simil-storica, nell’attrezzatura da standard o nel giardino del quartierino da migliorare, pur necessari, ma dentro luoghi altri che fanno parte di una molteplicità di mappe mentali degli abitanti a noi sconosciute, alla cui costruzione spesso deleghiamo i centri commerciali e altri recinti analoghi e che invece dovremmo essere in grado di intercettare dentro inediti e pertinenti percorsi narrativi della città. Una delle semplificazioni più rovinose del progetto urbano è stata quella di aver spesso assunto, invece, come scala esclusiva della propria attenzione e azione, quella del frammento, dei tanti frammenti che costruiscono l’immagine della città contemporanea. Di essersi spesso banalmente adeguati, ad esempio, al recinto del quartiere pubblico o dell’area dismessa. Di aver ignorato o sottovalutato la potenzialità delle relazioni fisiche, sociali e di senso scatenabili tra i frammenti dell’arcipelago-città, leva tra le più potenti per l’avvio di processi di riqualificazione urbana dopo la fine dei grandi modelli e delle tante mediocri decisioni. Un errore sicuramente indotto anche dai modi attraverso cui sono stati confezionati i dispositivi legislativi dei cosiddetti “programmi complessi” che, assieme a tanti meriti, hanno di fatto contribuito alla chiusura dei progetti all’interno di quei recinti, impedendo - nella scelta dei confini d’intervento, nelle procedure previste, nei tempi richiesti, ecc. - che essi divenissero sia progetti urbani e di paesaggio sia processi solidi e condivisi per la produzione di valori collettivi resistenti. Il nostro approccio culturale e disciplinare è entrato in risonanza con quei provvedimenti. Il caso, ad esempio, dei progetti (urbani?) per i quartieri pubblici è emblematico. L’eredità culturale della "dimensione conforme" di quaroniana memoria e, più in generale, del “quartiere” ha avuto nel lungo dopoguerra il grande pregio di contribuire ad evitare o comunque ritardare lo scollamento tra i due termini (la città da un lato, l’edificio dall’altro) che la Carta d’Atene ha prodotto. Ma, progressivamente enucleata da un repertorio più ampio di sguardi e strumenti della tradizione italiana entro cui si collocava, ha sicuramente inciso sulla incapacità di rileggere la interscalarità necessaria affinché progetti e programmi delle periferie potessero assumere una valenza urbana e strategica. Ha contribuito ad impedire di lavorare sulle potenzialità degli spazi e delle distanze “tra le cose e le persone” alla ricerca di germi anche molto puntuali della trasformazione, sul ripensamento appunto delle reti come portatrici di nuovi valori fisici, simbolici e d’uso, attraversando e superando quindi i confini dei frammenti alla ricerca di nuovi ambiti geografici non convenzionali, di un nuovo vocabolario e di una nuova sintassi, di relazioni strutturanti e significanti tra le parti a cui agganciare politiche di sviluppo locale non banali. Per altri, d’altronde, in un quadro di oggettiva convergenza, la conferma del quartiere è stata anche una scelta ideologica, dal punto di vista sociale, l’espressione di una “resistenza” sul territorio, di un radicamento visto come occasione per preservare la compattezza e la coesione sociale e combattere la dispersione, acerrima nemica dell’identità, e impedire l’irruzione di nuovi soggetti e domande, di dinamiche possibili nelle geografie sociali nate da un’obsoleta esplosione e reclusione sul territorio di domande separate. Senza rendersi conto che, in un’epoca di nomadismo, basta assai poco a scatenare un cambiamento dei gruppi sociali insediati, a mettere in discussione prospettive di radicamento auspicate con la stessa facilità con cui le previsioni di piano sono state spesso smentite dalla rapidità di eventi non previsti. Entrambe le posizioni, facce diverse della stessa medaglia, si sono dimostrate perdenti e hanno fatto partorire esiti trascurabili e asfittici. Laddove si è osato intraprendere strade più avventurose, si sono incontrati ostacoli e resistenze da parte di soggetti diffidenti perché disabituati, anche da noi, a ragionare su scale diverse da quelle del recinto acquietante. Tempo Anche di fronte alla variabile-tempo abbiamo difficoltà a rimescolare le nostre carte. Parlo del tempo come rivelatore di una difficoltà della nostra cultura a saper costruire descrizioni, strumenti, procedure, adeguate alla complessità delle questioni poste dalla città contemporanea. Non è un caso, d’altronde, che il tempo sia uno dei fattori scatenanti di questa difficoltà, perché è stata una delle componenti più problematiche dei processi di costruzione della città contemporanea. La periferia pubblica, ad esempio, è stata frequentemente l’esito di progetti ultimativi, impermeabili alla modificazione processuale, espressione di una cultura progettuale incline alle grandi e complicate macchine architettoniche, ai grandi segni autoreferenziali, ai raffinati incastri morfologici senza progetti di suolo, alla produzione di spazi che non si storicizzano ma invecchiano male, divengono obsolescenti e finiscono per essere intercettati da parole d’ordine nefande come quella della “rottamazione”. Le aree dismesse, invece, sono luoghi dove il tempo si è improvvisamente fermato per la rapida obsolescenza di processi produttivi messi d’un tratto fuori mercato e che hanno devitalizzato recinti anch’essi monofunzionali trasformandoli in buchi neri della città, debolmente permeabili a processi non voluti e non previsti di rinaturazione e di riuso parziale da parte di minoranze non gradite. Di fronte alla necessità di riattivare la macchina del tempo in questi luoghi, di introdurre complessità funzionale, di sollecitare e far convergere una necessaria pluralità di soggetti, i nostri progetti, a partire da quelli urbani, dovrebbero perdere il loro valore ultimativo e possedere una grande capacità di misurarsi con gli scarti di traiettorie che verranno generati nel tempo della loro condivisione e da altri eventi non solo umani (penso ad esempio alla scarsa capacità di sapersi misurare con le dinamiche di alcune componenti naturali dei nostri paesaggi), nel tempo necessario cioè perché vengano assunti collettivamente da una pluralità di attori. Con tutte le conseguenze che questo comporta sul modo di costruirli, disegnarli, comunicarli e gestirli, di prevedere e implementare le molteplici e successive decisioni che lo renderanno patrimonio collettivo oltre che operazione fattibile. Nei nostri piani e programmi, si sono fatti spazio invece due atteggiamenti progettuali molto distanti da questo approccio. Innanzitutto, quello “progettoso” dell’urbanistica ancora una volta ultimativa. Stavolta non solo e tanto da un punto di vista funzionale, come nei piani vetero-razionalisti, ma da un punto di vista fisico proponendo immagini architettoniche forti, sincroniche, magari partorite da un unico Autore, da assumere e attuare così come sono state disegnate. Un’altra posizione, cresciuta all’interno della componente “governista” dell’urbanistica spesso in opposizione alle derive della precedente, ignorando o comunque comprimendo la dimensione fisica dei progetti, si è spesso ridotta ad un esercizio dialogico fatto quasi esclusivamente di sole regole procedurali, nel quale la capacità visionaria dei progetti come strumento di comunicazione veniva ignorata, lo spazio è stato ridotto ad una componente secondaria incapace di svolgere un ruolo propositivo nello spostamento progressivo delle decisioni. Entrambe si sono dimostrate perdenti e il caso milanese è emblematico di questa divaricazione. Da un lato, la deriva recente di alcuni programmi di trasformazione, svincolati da un quadro di scelte di piano, strategiche e strutturali e attenti ai soli aspetti formali, che conduce all’estremo paradosso di una città come collezione di oggetti di design, vetrinetta luminosa e preziosa delle cose belle del “salotto buono”. D’altro canto, la posizione di chi si è mosso nel rifiuto a volte aprioristico del piano come anche di una sana attività di visioning e di esplorazione progettuale sulla qualità urbana, con una fede esclusiva nelle salvifiche regole procedurali gestite da piccole élite dentro distanti stanze decisionali. Si afferma così, nella città di un presunto “nuovo Rinascimento”, un’idea di progetto urbano da esportazione inteso o come assemblaggio di progetti di architettura o come elenco di obiettivi e criteri contenuto in un quaderno strategico, facendo piazza pulita di un’ampia fetta della nostra cultura progettuale. In questo senso molto distanti dall’invocato modello-Bilbao, dalla fertile interazione cioè tra l’edificio-simbolo del Guggenheim, il Piano strategico della città e il progetto di riqualificazione urbana della Ria che ne costituiscono il brodo di coltura. Molto lontani anche da esperienze come Torino e Genova che hanno fatto di questa capacità di connessione con il processo di pianificazione e di gestione nel tempo dei progetti urbani un assunto fondamentale, alla base del loro successo anche da un punto di vista architettonico. Soggetti Sinora i progetti urbani, o aspiranti tali, che sono maturati nell’esperienza italiana degli ultimi vent’anni hanno fatto riferimento a tre tipologie di soggetti prevalenti: - i grandi e piccoli proprietari delle aree dismesse che hanno promosso i programmi di riqualificazione urbana e le operazioni trasformative di nuove centralità previste dai PRG di ultima generazione; - i gruppi immobiliari che hanno riproposto e aggiornato le vecchie zone di espansione e completamento; - gli IACP, promotori dei “programmi di recupero urbano” e dei “contratti di quartiere” nei PEEP storici, con una significativa ma comunque marginale capacità di trascinamento degli abitanti nei processi decisionali. La fase che viviamo negli ultimi anni fa tuttavia emergere una situazione profondamente cambiata. Nelle aree della dismissione industriale, conclusesi le grandi operazioni di riqualificazione e riconversione avviate a partire dagli anni ’80, è sempre più difficile registrare intenzioni di qualità. La liberalizzazione avviatasi con la drastica semplificazione delle procedure abilitative degli interventi, associata ad una cronica incertezza decisionale della Pubblica Amministrazione che allunga i tempi d’attuazione, ha prodotto un ripiegamento dei medi e piccoli promotori verso interventi diretti, diffusi e interstiziali di ristrutturazione edilizia e demolizione con ricostruzione. Si tratta di operazioni magari meno eclatanti e redditizie ma sicuramente più efficaci e rapide, con tutte le conseguenze negative che è facile immaginare sulla mancanza di un controllo degli effetti indotti da un punto di vista urbanistico. Questa nuova situazione, scarsamente indagata, sottrae quote rilevanti di soggetti e risorse della trasformazione alla costruzione di processi condivisi, di qualità e di interesse collettivo. I gruppi immobiliari che continuano a detenere quote anche rilevanti dei “residui” di Piano nelle grandi città risolvono allegramente il tema del profilo urbano dei progetti attraverso il coinvolgimento dell’architetto quotato, quasi sempre banalizzando il contenuto funzionale delle operazioni, con un rilancio della residenza per ceti medi e poche briciole di destinazioni non residenziali quasi mai “centrali” e quasi mai incidenti sull’assetto urbano complessivo. Infine gli IACP e le operazioni di riqualificazione della città pubblica sono stati di fatto cancellati dalle attenzioni dei nuovi programmi di investimento nazionale, sempre più orientati all’obiettivo di realizzare le “grandi opere del presidente” con impressionanti operazioni di drenaggio di risorse pubbliche (l’operazione del Ponte sullo Stretto lo sta dimostrando eloquentemente). In questo quadro emerge un ruolo pressoché esclusivo di soggetti pubblici e parapubblici legati ai grandi processi di infrastrutturazione e alle operazioni straordinarie ed emergenziali a cui siamo storicamente abituati in cui quei processi hanno comunque un ruolo centrale (dai Mondiali di Calcio agli Expo, dalle ricostruzioni post-terremoto alle Olimpiadi). E’ un dato che gli impulsi ai progetti urbani di ultima generazione, laddove riescono ad essere raccolti dalle amministrazioni locali, sono oramai associati quasi esclusivamente a queste situazioni: lo dimostrano i controversi ma spesso fertili processi di progettazione delle nuove stazioni dell’Alta Velocità; i grandi e piccoli concorsi per riqualificare i water front delle città di mare; il nuovo corso che l’ANAS sembra dimostrare per la realizzazione di grandi strade di qualità urbana; le occasioni offerte dalle Colombiadi a Genova, dalle Olimpiadi della neve a Torino e dal programma di decompressione vesuviana nell’area napoletana. Purtuttavia molti segnali ci dicono che l’emergere pressoché esclusivo di questi soggetti nella promozione di operazioni di trasformazione urbana, possa trasformarsi in una congerie di operazioni settoriali, chiuse in se stesse, attente magari alla qualità architettonica dei manufatti ma dannose se non devastanti per i territori in cui vengono calati. Se le reti, a partire da quelle infrastrutturali, possono e debbono rappresentare un’occasione imperdibile per la trasformazione della città contemporanea e la costruzione dei suoi nuovi luoghi collettivi, la cultura urbanistica deve accettare l’idea che, anche dopo un eventuale cambio di rotta politica nazionale, esse possano costituire un impulso straordinario per l’ordinarietà dei progetti urbani necessari; per ricercare i nuovi termini di quel “principio di responsabilità” che deve animare l’azione progettuale nel dialogo con la costellazione degli attori; per facilitare la riappropriazione da parte delle comunità locali e sovralocali che tentano di riscoprire le proprie identità, di rivitalizzarle, di traghettarle verso approdi oggi non definibili una volta per tutti. Tutto ciò in una condizione di oggettiva difficoltà a praticare questo obiettivo, soprattutto quando le recenti norme di semplificazione e accelerazione delle procedure, introdotte nel regime di controllo delle opere pubbliche, tendono a schiacciare lo spazio da destinare ad una costruzione anche simbolica del ruolo delle infrastrutture. Questo significa, ovviamente, un cambiamento di rotta anche nel modo in cui i grandi investimenti pubblici per le reti entreranno nell’agenda politica e negli atti di programmazione, oltre che nella riorganizzazione delle macchine amministrative degli enti locali. Non per produrre un repertorio di bei manufatti di dubbia utilità funzionale, ma per innescare nuove relazioni strutturanti e qualificanti nella città contemporanea Una politica pubblica per le nuove reti - infrastrutturali, ma anche ambientali ed energetiche - è in grado così di uscire dagli angusti confini della sua incombente settorialità e di trasformarsi in un’occasione per riconfigurare le geografie fisiche, simboliche e sociali della città contemporanea e per sollecitare una pluralità vasta di soggetti attorno a grandi e piccoli progetti urbani, superando le perdenti e conservative logiche d’intervento per frammenti fisici e sociali sin qui praticate. Dopo aver “defuturizzato” l’avvenire, occorrerebbe tornare a parlare di futuro in termini diversi, come ci invita a fare Remo Bodei. Perché abbiamo bisogno “della rischiosa apertura al futuro, della capacità di pensare il nuovo e il possibile, cui si accede mettendo in gioco le posizioni raggiunte, con una audacia progettuale in grado di appellarsi a quelle riserve di energia che si manifestano nei momenti di pericolo”. Ne troverebbero grande giovamento i progetti urbani da fare, la nostra disciplina e il nostro mestiere.

Città contemporanea e progetto urbano in Italia (servizio di 12 testi a cura di Carlo Gasparrini)

GASPARRINI, CARLO
2005

Abstract

Carlo Gasparrini (edited by) Città Contemporanea e progetto urbano in Italia – Urbanistica n. 126/2005 ABSTRACT (testo di apertura) Misteri e mestieri del progetto urbano in Italia. Un dibattito ordinario e una prassi straordinaria Siamo arrivati in Italia ad apprezzare l’innovazione dei processi di trasformazione urbana caratterizzati dalla ricerca di un’elevata qualità dello spazio e dell’architettura e, contemporaneamente, accompagnati da strumenti di ascolto, facilitazione decisionale e interazione con politiche di sviluppo locale, un bel pò di anni dopo altri Paesi europei. Quando cioè la fase dei grandi progetti urbani sorretti dallo Stato e dalle municipalità locali sembra non aver più grandi possibilità di alimento con la crisi della finanza pubblica. Quando il mercato immobiliare non è più in grado di promettere le trasformazioni mirabolanti che altrove hanno consentito di produrre importanti anche se discutibili risultati. Quando la città e i suoi problemi sono di fatto scomparsi dalle agende di governo a livello nazionale e dai programmi politici non solo di centro-destra. La disputa è amplificata anche da una oggettiva impossibilità di fare un bilancio generoso di cose fatte e di misurare l’efficacia delle diverse posizioni sulla base di risultati tangibili. Pochi Paesi in Europa come l’Italia possono vantare un così forte scarto tra le retoriche degli urbanisti e la loro capacità di incidere sui processi di trasformazione. Quello del “progetto urbano” è un esempio illuminante di questa anomalia e della difficoltà in cui ci troviamo a poter ragionare su programmi e progetti realizzati, non solo a causa della debolezza dell’apparato istituzionale e di governo, del ritardo o dell’affollamento legislativo, dell’inadeguatezza dei promotori privati. Parto allora da una rassegna di ciò che non è “progetto urbano”. Innanzitutto, non è il grande e firmato progetto di architettura che alimenta la competizione internazionale delle città, come sembrerebbe affermarsi nell’immaginario dei media e purtroppo di molti amministratori assetati di griffe capaci di dare visibilità all’azione politica. Non coincide neanche con il ricco repertorio di vision che corredano alcuni piani strategici o strutturali, con i concept che tentano di valorizzare i contenuti interpretativi e propositivi essenziali di una strategia e neanche con quei tridimensionali dei nuovi piani che Giancarlo De Carlo chiamò, irridendoli, “pupazzetti”. Infine non coincide di diritto, come alcuni semplicisticamente tendono a fare, coi “programmi complessi” delle tante amministrazioni che hanno provato a rendere operativi questa tipologia di strumenti; soprattutto quando questi si riducono a una banale lottizzazione residenzial-terziaria o ad un modesto riformismo edilizio di quartiere (una rinfrescata delle facciate, un po’ di verde in più, qualche triste e deperibile “arredo urbano” e tante tante riunioni). I progetti urbani non coincidono con alcuna di queste attività, ma: - condividono con esse la scelta di lavorare su racconti selettivi o parti discrete della città e non hanno la pretesa di riguardarla nel suo insieme, pur proponendo trasformazioni fisiche, funzionali e sociali che travalicano i confini di ciascun progetto; - hanno bisogno di interagire esplicitamente, per la loro credibilità ed efficacia, con visioni strategiche d’assieme e quadri strutturali condivisi, riconosciuti e accettati dentro un processo di pianificazione e programmazione democraticamente formalizzato, e di non palesarsi come coniglio dal cappello dell’autore geniale o del promotore più abile (o tutte e due le cose): in questo senso richiedono forti ed esplicite volontà e decisionalità pubbliche; - devono essere in grado, d’altronde, di prefigurare anche visivamente gli scenari della modificazione distinguendo con accortezza gli elementi resistenti da quelli malleabili della città e del suo paesaggio, dalla scala vasta a quella puntuale dei suoi elementi costitutivi, e di accogliere i futuri, inevitabili e fisiologici assestamenti progettuali lungo il tempo della loro condivisione, gestione e attuazione; - vanno concepiti, quindi, non tanto come abili e convincenti operazioni di disegno ultimativo ma come processi di concertazione, negoziazione e decisione entro un quadro trasparente di regole pubbliche, capaci di intercettare la domanda sociale ed economica e l’integrazione di risorse e soggetti di diversa natura come componenti interne ai processi stessi e non come incidenti di percorso; - in questo senso, non sono meri piani attuativi ma procedure complesse e trasversali, regolamentabili con lo strumento urbanistico generale, capaci di attivare un processo progettuale con regole certe, in grado di sollecitare le grandi scelte strategiche e strutturali e, al contempo, di avviare una molteplicità di approfondimenti progettuali che troveranno nel tempo la loro formalizzazione e attuazione, con ricadute virtuose a tutte le scale del processo di programmazione e pianificazione; - per tutti questi motivi, sollecitano quella interazione virtuosa e transdisciplinare tra competenze e soggetti diversi che è alla base della loro efficacia: non solo maîtres d’oeuvre quindi, per citare l’esperienza francese, ma anche maîtres d’ouvrage, figure in Italia pressoché sconosciute, come anche esperti di comunicazione, marketing e management per il montaggio delle operazioni. Scale Nella città contemporanea, l’intero apparato concettuale che sorreggeva il nostro modo di guardare e di pensare le scale della trasformazione si sgretola. Non solo perché è incapace di descrivere e capire i caratteri stessi della città diffusa, laddove alcuni riferimenti gerarchici tradizionali sono irrimediabilmente saltati. Ma perché inefficace a valorizzare gli impulsi trasformativi sollecitati dai grandi motori della trasformazione, le reti infrastrutturali e ambientali, e la molteplicità di paesaggi, scale e luoghi che esse simultaneamente sollecitano; a costruire quindi visioni della città contemporanea adeguate al rapporto tra grandi processi di trasformazione di scala regionale, nazionale o addirittura transnazionale e dimensioni discrete delle domande locali. Parlo della necessità, anche quando si guarda al singolo frammento, di uno sguardo e di una capacità d’azione interscalari, alle potenzialità spaziali e multifunzionali delle nuove infrastrutture e dei suoi nodi, alla compresenza di una pluralità di spazi trasversali dentro le grandi connessioni ecologiche, alle modificazioni indotte dai condensatori e dispensatori di energie tradizionali e alternative che intercettano e attraversano i frammenti abitati delle nostre città suggerendo relazioni, ricomposizioni e discontinuità fertili. Lo sviluppo di questa capacità non è un problema di grandi opere pubbliche o di grandi segni autoreferenziali, ma di nuovi luoghi dell’identità collettiva attraverso una rinnovata capacità dei cittadini di riconoscersi nelle forme urbane. Identità che non abita più solo e tanto nella piazzetta simil-storica, nell’attrezzatura da standard o nel giardino del quartierino da migliorare, pur necessari, ma dentro luoghi altri che fanno parte di una molteplicità di mappe mentali degli abitanti a noi sconosciute, alla cui costruzione spesso deleghiamo i centri commerciali e altri recinti analoghi e che invece dovremmo essere in grado di intercettare dentro inediti e pertinenti percorsi narrativi della città. Una delle semplificazioni più rovinose del progetto urbano è stata quella di aver spesso assunto, invece, come scala esclusiva della propria attenzione e azione, quella del frammento, dei tanti frammenti che costruiscono l’immagine della città contemporanea. Di essersi spesso banalmente adeguati, ad esempio, al recinto del quartiere pubblico o dell’area dismessa. Di aver ignorato o sottovalutato la potenzialità delle relazioni fisiche, sociali e di senso scatenabili tra i frammenti dell’arcipelago-città, leva tra le più potenti per l’avvio di processi di riqualificazione urbana dopo la fine dei grandi modelli e delle tante mediocri decisioni. Un errore sicuramente indotto anche dai modi attraverso cui sono stati confezionati i dispositivi legislativi dei cosiddetti “programmi complessi” che, assieme a tanti meriti, hanno di fatto contribuito alla chiusura dei progetti all’interno di quei recinti, impedendo - nella scelta dei confini d’intervento, nelle procedure previste, nei tempi richiesti, ecc. - che essi divenissero sia progetti urbani e di paesaggio sia processi solidi e condivisi per la produzione di valori collettivi resistenti. Il nostro approccio culturale e disciplinare è entrato in risonanza con quei provvedimenti. Il caso, ad esempio, dei progetti (urbani?) per i quartieri pubblici è emblematico. L’eredità culturale della "dimensione conforme" di quaroniana memoria e, più in generale, del “quartiere” ha avuto nel lungo dopoguerra il grande pregio di contribuire ad evitare o comunque ritardare lo scollamento tra i due termini (la città da un lato, l’edificio dall’altro) che la Carta d’Atene ha prodotto. Ma, progressivamente enucleata da un repertorio più ampio di sguardi e strumenti della tradizione italiana entro cui si collocava, ha sicuramente inciso sulla incapacità di rileggere la interscalarità necessaria affinché progetti e programmi delle periferie potessero assumere una valenza urbana e strategica. Ha contribuito ad impedire di lavorare sulle potenzialità degli spazi e delle distanze “tra le cose e le persone” alla ricerca di germi anche molto puntuali della trasformazione, sul ripensamento appunto delle reti come portatrici di nuovi valori fisici, simbolici e d’uso, attraversando e superando quindi i confini dei frammenti alla ricerca di nuovi ambiti geografici non convenzionali, di un nuovo vocabolario e di una nuova sintassi, di relazioni strutturanti e significanti tra le parti a cui agganciare politiche di sviluppo locale non banali. Per altri, d’altronde, in un quadro di oggettiva convergenza, la conferma del quartiere è stata anche una scelta ideologica, dal punto di vista sociale, l’espressione di una “resistenza” sul territorio, di un radicamento visto come occasione per preservare la compattezza e la coesione sociale e combattere la dispersione, acerrima nemica dell’identità, e impedire l’irruzione di nuovi soggetti e domande, di dinamiche possibili nelle geografie sociali nate da un’obsoleta esplosione e reclusione sul territorio di domande separate. Senza rendersi conto che, in un’epoca di nomadismo, basta assai poco a scatenare un cambiamento dei gruppi sociali insediati, a mettere in discussione prospettive di radicamento auspicate con la stessa facilità con cui le previsioni di piano sono state spesso smentite dalla rapidità di eventi non previsti. Entrambe le posizioni, facce diverse della stessa medaglia, si sono dimostrate perdenti e hanno fatto partorire esiti trascurabili e asfittici. Laddove si è osato intraprendere strade più avventurose, si sono incontrati ostacoli e resistenze da parte di soggetti diffidenti perché disabituati, anche da noi, a ragionare su scale diverse da quelle del recinto acquietante. Tempo Anche di fronte alla variabile-tempo abbiamo difficoltà a rimescolare le nostre carte. Parlo del tempo come rivelatore di una difficoltà della nostra cultura a saper costruire descrizioni, strumenti, procedure, adeguate alla complessità delle questioni poste dalla città contemporanea. Non è un caso, d’altronde, che il tempo sia uno dei fattori scatenanti di questa difficoltà, perché è stata una delle componenti più problematiche dei processi di costruzione della città contemporanea. La periferia pubblica, ad esempio, è stata frequentemente l’esito di progetti ultimativi, impermeabili alla modificazione processuale, espressione di una cultura progettuale incline alle grandi e complicate macchine architettoniche, ai grandi segni autoreferenziali, ai raffinati incastri morfologici senza progetti di suolo, alla produzione di spazi che non si storicizzano ma invecchiano male, divengono obsolescenti e finiscono per essere intercettati da parole d’ordine nefande come quella della “rottamazione”. Le aree dismesse, invece, sono luoghi dove il tempo si è improvvisamente fermato per la rapida obsolescenza di processi produttivi messi d’un tratto fuori mercato e che hanno devitalizzato recinti anch’essi monofunzionali trasformandoli in buchi neri della città, debolmente permeabili a processi non voluti e non previsti di rinaturazione e di riuso parziale da parte di minoranze non gradite. Di fronte alla necessità di riattivare la macchina del tempo in questi luoghi, di introdurre complessità funzionale, di sollecitare e far convergere una necessaria pluralità di soggetti, i nostri progetti, a partire da quelli urbani, dovrebbero perdere il loro valore ultimativo e possedere una grande capacità di misurarsi con gli scarti di traiettorie che verranno generati nel tempo della loro condivisione e da altri eventi non solo umani (penso ad esempio alla scarsa capacità di sapersi misurare con le dinamiche di alcune componenti naturali dei nostri paesaggi), nel tempo necessario cioè perché vengano assunti collettivamente da una pluralità di attori. Con tutte le conseguenze che questo comporta sul modo di costruirli, disegnarli, comunicarli e gestirli, di prevedere e implementare le molteplici e successive decisioni che lo renderanno patrimonio collettivo oltre che operazione fattibile. Nei nostri piani e programmi, si sono fatti spazio invece due atteggiamenti progettuali molto distanti da questo approccio. Innanzitutto, quello “progettoso” dell’urbanistica ancora una volta ultimativa. Stavolta non solo e tanto da un punto di vista funzionale, come nei piani vetero-razionalisti, ma da un punto di vista fisico proponendo immagini architettoniche forti, sincroniche, magari partorite da un unico Autore, da assumere e attuare così come sono state disegnate. Un’altra posizione, cresciuta all’interno della componente “governista” dell’urbanistica spesso in opposizione alle derive della precedente, ignorando o comunque comprimendo la dimensione fisica dei progetti, si è spesso ridotta ad un esercizio dialogico fatto quasi esclusivamente di sole regole procedurali, nel quale la capacità visionaria dei progetti come strumento di comunicazione veniva ignorata, lo spazio è stato ridotto ad una componente secondaria incapace di svolgere un ruolo propositivo nello spostamento progressivo delle decisioni. Entrambe si sono dimostrate perdenti e il caso milanese è emblematico di questa divaricazione. Da un lato, la deriva recente di alcuni programmi di trasformazione, svincolati da un quadro di scelte di piano, strategiche e strutturali e attenti ai soli aspetti formali, che conduce all’estremo paradosso di una città come collezione di oggetti di design, vetrinetta luminosa e preziosa delle cose belle del “salotto buono”. D’altro canto, la posizione di chi si è mosso nel rifiuto a volte aprioristico del piano come anche di una sana attività di visioning e di esplorazione progettuale sulla qualità urbana, con una fede esclusiva nelle salvifiche regole procedurali gestite da piccole élite dentro distanti stanze decisionali. Si afferma così, nella città di un presunto “nuovo Rinascimento”, un’idea di progetto urbano da esportazione inteso o come assemblaggio di progetti di architettura o come elenco di obiettivi e criteri contenuto in un quaderno strategico, facendo piazza pulita di un’ampia fetta della nostra cultura progettuale. In questo senso molto distanti dall’invocato modello-Bilbao, dalla fertile interazione cioè tra l’edificio-simbolo del Guggenheim, il Piano strategico della città e il progetto di riqualificazione urbana della Ria che ne costituiscono il brodo di coltura. Molto lontani anche da esperienze come Torino e Genova che hanno fatto di questa capacità di connessione con il processo di pianificazione e di gestione nel tempo dei progetti urbani un assunto fondamentale, alla base del loro successo anche da un punto di vista architettonico. Soggetti Sinora i progetti urbani, o aspiranti tali, che sono maturati nell’esperienza italiana degli ultimi vent’anni hanno fatto riferimento a tre tipologie di soggetti prevalenti: - i grandi e piccoli proprietari delle aree dismesse che hanno promosso i programmi di riqualificazione urbana e le operazioni trasformative di nuove centralità previste dai PRG di ultima generazione; - i gruppi immobiliari che hanno riproposto e aggiornato le vecchie zone di espansione e completamento; - gli IACP, promotori dei “programmi di recupero urbano” e dei “contratti di quartiere” nei PEEP storici, con una significativa ma comunque marginale capacità di trascinamento degli abitanti nei processi decisionali. La fase che viviamo negli ultimi anni fa tuttavia emergere una situazione profondamente cambiata. Nelle aree della dismissione industriale, conclusesi le grandi operazioni di riqualificazione e riconversione avviate a partire dagli anni ’80, è sempre più difficile registrare intenzioni di qualità. La liberalizzazione avviatasi con la drastica semplificazione delle procedure abilitative degli interventi, associata ad una cronica incertezza decisionale della Pubblica Amministrazione che allunga i tempi d’attuazione, ha prodotto un ripiegamento dei medi e piccoli promotori verso interventi diretti, diffusi e interstiziali di ristrutturazione edilizia e demolizione con ricostruzione. Si tratta di operazioni magari meno eclatanti e redditizie ma sicuramente più efficaci e rapide, con tutte le conseguenze negative che è facile immaginare sulla mancanza di un controllo degli effetti indotti da un punto di vista urbanistico. Questa nuova situazione, scarsamente indagata, sottrae quote rilevanti di soggetti e risorse della trasformazione alla costruzione di processi condivisi, di qualità e di interesse collettivo. I gruppi immobiliari che continuano a detenere quote anche rilevanti dei “residui” di Piano nelle grandi città risolvono allegramente il tema del profilo urbano dei progetti attraverso il coinvolgimento dell’architetto quotato, quasi sempre banalizzando il contenuto funzionale delle operazioni, con un rilancio della residenza per ceti medi e poche briciole di destinazioni non residenziali quasi mai “centrali” e quasi mai incidenti sull’assetto urbano complessivo. Infine gli IACP e le operazioni di riqualificazione della città pubblica sono stati di fatto cancellati dalle attenzioni dei nuovi programmi di investimento nazionale, sempre più orientati all’obiettivo di realizzare le “grandi opere del presidente” con impressionanti operazioni di drenaggio di risorse pubbliche (l’operazione del Ponte sullo Stretto lo sta dimostrando eloquentemente). In questo quadro emerge un ruolo pressoché esclusivo di soggetti pubblici e parapubblici legati ai grandi processi di infrastrutturazione e alle operazioni straordinarie ed emergenziali a cui siamo storicamente abituati in cui quei processi hanno comunque un ruolo centrale (dai Mondiali di Calcio agli Expo, dalle ricostruzioni post-terremoto alle Olimpiadi). E’ un dato che gli impulsi ai progetti urbani di ultima generazione, laddove riescono ad essere raccolti dalle amministrazioni locali, sono oramai associati quasi esclusivamente a queste situazioni: lo dimostrano i controversi ma spesso fertili processi di progettazione delle nuove stazioni dell’Alta Velocità; i grandi e piccoli concorsi per riqualificare i water front delle città di mare; il nuovo corso che l’ANAS sembra dimostrare per la realizzazione di grandi strade di qualità urbana; le occasioni offerte dalle Colombiadi a Genova, dalle Olimpiadi della neve a Torino e dal programma di decompressione vesuviana nell’area napoletana. Purtuttavia molti segnali ci dicono che l’emergere pressoché esclusivo di questi soggetti nella promozione di operazioni di trasformazione urbana, possa trasformarsi in una congerie di operazioni settoriali, chiuse in se stesse, attente magari alla qualità architettonica dei manufatti ma dannose se non devastanti per i territori in cui vengono calati. Se le reti, a partire da quelle infrastrutturali, possono e debbono rappresentare un’occasione imperdibile per la trasformazione della città contemporanea e la costruzione dei suoi nuovi luoghi collettivi, la cultura urbanistica deve accettare l’idea che, anche dopo un eventuale cambio di rotta politica nazionale, esse possano costituire un impulso straordinario per l’ordinarietà dei progetti urbani necessari; per ricercare i nuovi termini di quel “principio di responsabilità” che deve animare l’azione progettuale nel dialogo con la costellazione degli attori; per facilitare la riappropriazione da parte delle comunità locali e sovralocali che tentano di riscoprire le proprie identità, di rivitalizzarle, di traghettarle verso approdi oggi non definibili una volta per tutti. Tutto ciò in una condizione di oggettiva difficoltà a praticare questo obiettivo, soprattutto quando le recenti norme di semplificazione e accelerazione delle procedure, introdotte nel regime di controllo delle opere pubbliche, tendono a schiacciare lo spazio da destinare ad una costruzione anche simbolica del ruolo delle infrastrutture. Questo significa, ovviamente, un cambiamento di rotta anche nel modo in cui i grandi investimenti pubblici per le reti entreranno nell’agenda politica e negli atti di programmazione, oltre che nella riorganizzazione delle macchine amministrative degli enti locali. Non per produrre un repertorio di bei manufatti di dubbia utilità funzionale, ma per innescare nuove relazioni strutturanti e qualificanti nella città contemporanea Una politica pubblica per le nuove reti - infrastrutturali, ma anche ambientali ed energetiche - è in grado così di uscire dagli angusti confini della sua incombente settorialità e di trasformarsi in un’occasione per riconfigurare le geografie fisiche, simboliche e sociali della città contemporanea e per sollecitare una pluralità vasta di soggetti attorno a grandi e piccoli progetti urbani, superando le perdenti e conservative logiche d’intervento per frammenti fisici e sociali sin qui praticate. Dopo aver “defuturizzato” l’avvenire, occorrerebbe tornare a parlare di futuro in termini diversi, come ci invita a fare Remo Bodei. Perché abbiamo bisogno “della rischiosa apertura al futuro, della capacità di pensare il nuovo e il possibile, cui si accede mettendo in gioco le posizioni raggiunte, con una audacia progettuale in grado di appellarsi a quelle riserve di energia che si manifestano nei momenti di pericolo”. Ne troverebbero grande giovamento i progetti urbani da fare, la nostra disciplina e il nostro mestiere.
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