Indagare che cosa sia l'"umorismo", seguendo i paradigmi che Pirandello indicò nel saggio del 1908 sull'argomento, è un'avventura affascinante, di volta in volta suscettibile di ulteriori approfondimenti. La complessità dei concetti espressi apre prospettive inattese non solo nell'ambito della poetica pirandelliana e, più in generale, novecentesca, ma anche di ciò che potremmo definire "scienza dell'animo umano", per la precisa e articolata descrizione del processo psicologico (dall'"avvertimento" al "sentimento del contrario") connaturato a tale esperienza. Oltre ad essere un vero e proprio "manifesto" di poetica, dunque, il saggio su L'umorismo, soprattutto nella sua seconda parte, si rivela un prezioso documento di vita che racchiude in sé i tratti più reconditi e significativi della fisionomia artistica ed umana di Pirandello. A nostro parere, la "bivalenza", insieme con una serie di ulteriori indizi testuali, è uno dei tratti costitutivi della scrittura "umoristica". Non sono molte tali "espressioni" nell'arco dei secoli: tra le personalità che l'Autore menziona compare Giordano Bruno, maestro della "coincidentia oppositorum"; Pirandello riconosce, infatti, nell'epigrafe del Candelaio - "In tristitia hilaris, in hilaritate tristis" - il "motto dello stesso umorismo". Il presente saggio si propone di esaminare, pertanto, sulla base di una verifica testuale, nonché dal confronto delle due personalità, le affinità e le convergenze che contraddistinguono le scelte d'arte e di vita di Bruno e Pirandello: dai nuclei concettuali delle rispettive poetiche all'abito mentale della "curiositas", come dimensione ulteriore dell'immaginazione; dal sincretismo religioso e mistico-esoterico al relativismo gnoseologico e al concetto della dignità umana, considerati da entrambi come sinonimo dell'irrinunziabile valore della libertà di pensiero e di un'ineccepibile coerenza di vita.

L'epopea dello spirito: L'"umorismo" di Bruno e Pirandello

DE CRESCENZO, ASSUNTA
2005

Abstract

Indagare che cosa sia l'"umorismo", seguendo i paradigmi che Pirandello indicò nel saggio del 1908 sull'argomento, è un'avventura affascinante, di volta in volta suscettibile di ulteriori approfondimenti. La complessità dei concetti espressi apre prospettive inattese non solo nell'ambito della poetica pirandelliana e, più in generale, novecentesca, ma anche di ciò che potremmo definire "scienza dell'animo umano", per la precisa e articolata descrizione del processo psicologico (dall'"avvertimento" al "sentimento del contrario") connaturato a tale esperienza. Oltre ad essere un vero e proprio "manifesto" di poetica, dunque, il saggio su L'umorismo, soprattutto nella sua seconda parte, si rivela un prezioso documento di vita che racchiude in sé i tratti più reconditi e significativi della fisionomia artistica ed umana di Pirandello. A nostro parere, la "bivalenza", insieme con una serie di ulteriori indizi testuali, è uno dei tratti costitutivi della scrittura "umoristica". Non sono molte tali "espressioni" nell'arco dei secoli: tra le personalità che l'Autore menziona compare Giordano Bruno, maestro della "coincidentia oppositorum"; Pirandello riconosce, infatti, nell'epigrafe del Candelaio - "In tristitia hilaris, in hilaritate tristis" - il "motto dello stesso umorismo". Il presente saggio si propone di esaminare, pertanto, sulla base di una verifica testuale, nonché dal confronto delle due personalità, le affinità e le convergenze che contraddistinguono le scelte d'arte e di vita di Bruno e Pirandello: dai nuclei concettuali delle rispettive poetiche all'abito mentale della "curiositas", come dimensione ulteriore dell'immaginazione; dal sincretismo religioso e mistico-esoterico al relativismo gnoseologico e al concetto della dignità umana, considerati da entrambi come sinonimo dell'irrinunziabile valore della libertà di pensiero e di un'ineccepibile coerenza di vita.
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