Il saggio affronta in una prospettiva prettamente filosofica la questione dell'identità all'interno dell'orizzonte socio-politico attuale, un orizzonte globale, deterritorializzato e multiculturale. Se, infatti, la filosofia intende confrontarsi con la specificità storica di questo tempo deve proporsi, da un lato, come impegno etico-civile e dall'altro come terreno di messa in discussione e di ridefinizione sia delle categorie filosofiche classiche sia degli apparati concettuali tradizionali. In questa direzione, la proposta di una filosofia interculturale intesa come terreno di costituzione di nuove relazioni tra popoli e culture, ma anche come rivendicazione di autonomia e pari dignità di identità etniche storico-culturali e nazionali, costituisce una possibile risposta critica al modo in cui la concentrazione economica e politica dei nuovi imperialismi neo-liberali si traduce in un pensiero unico e in controllo dei saperi, delle conoscenze e delle informazioni. La filosofia interculturale (sviluppatasi tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta), allora, diviene, per la i suoi presupposti etico-teorici (essa, come insegnano Wimmer, Mall, Kimmerle e Fornet-Betancourt si fonda sul principio della parità dei dialoganti) un luogo privilegiato per la discussione del tema dell'identità. Da questo punto di vista, in una prospettiva interculturale, il riconoscimento delle differenze oltrepassa il dato per così dire descrittivo e mette in campo una intenzionalità etico-filosofica che, se da una prende atto del presupposto multiculturalista delle differenze identitarie, dall'altra problematizza e dinamicizza il dato storico nel tentativo di ricercare una convivenza che si configuri come costruzione di nuove identità ibride e meticce. Si comprende bene, allora, il motivo per il quale la filosofia dell'interculturalità abbia riscosso successo soprattutto in aree culturali latinoamericane (si pensi ad autori come Zea, Fornet-Betancourt, Roig, Salas Astrain, Martin Fiorino); essa, infatti, si relaziona immediatamente ad un modello critico-radicale di filosofia politica che mette in discussione il paradigma classico di cultura, dell'identità culturale intesa come differenza ontologicamente fondata e che oppone ad esso un'idea di contingenza e di accidentalità che rimette in gioco la diversità oppressa ed occultata. La filosofia interculturale, dunque, costituisce una modalità di pensiero che pur muovendo dalla singolarità culturale storicamente determinata non abdica ad una dimensione di universalità pensata come comunanza complessa ed aperta resa possibile dalla stessa relazione interculturale. In questa prospettiva, la filosofia inerculturale non risulta estranea alla tradizione dello storicismo critico e relativistico alla Dilthey per esempio, dal momento che essa, come lo storicismo critico e problematico, pone a base di ogni critica del pensiero unico e delle filosofie totalizzanti della storia un concetto esplicito di polivalenza delle esperienze storiche. Il carattere relazionale della filosofia interculturale, d'altro canto, impedeisce ogni appropriazione della differenza ed ogni assimilazionismo identitario ed introduce ad una nuova forma di universalità che al riconoscimento della dignità e dell'autonomia delle singole identità affianca un programma etico-politico di alleanza tra le culture come ogni forma invasiva e totalizzante di pensiero unico.

Identità e filosofia della interculturalità

CACCIATORE, GIUSEPPE
2005

Abstract

Il saggio affronta in una prospettiva prettamente filosofica la questione dell'identità all'interno dell'orizzonte socio-politico attuale, un orizzonte globale, deterritorializzato e multiculturale. Se, infatti, la filosofia intende confrontarsi con la specificità storica di questo tempo deve proporsi, da un lato, come impegno etico-civile e dall'altro come terreno di messa in discussione e di ridefinizione sia delle categorie filosofiche classiche sia degli apparati concettuali tradizionali. In questa direzione, la proposta di una filosofia interculturale intesa come terreno di costituzione di nuove relazioni tra popoli e culture, ma anche come rivendicazione di autonomia e pari dignità di identità etniche storico-culturali e nazionali, costituisce una possibile risposta critica al modo in cui la concentrazione economica e politica dei nuovi imperialismi neo-liberali si traduce in un pensiero unico e in controllo dei saperi, delle conoscenze e delle informazioni. La filosofia interculturale (sviluppatasi tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta), allora, diviene, per la i suoi presupposti etico-teorici (essa, come insegnano Wimmer, Mall, Kimmerle e Fornet-Betancourt si fonda sul principio della parità dei dialoganti) un luogo privilegiato per la discussione del tema dell'identità. Da questo punto di vista, in una prospettiva interculturale, il riconoscimento delle differenze oltrepassa il dato per così dire descrittivo e mette in campo una intenzionalità etico-filosofica che, se da una prende atto del presupposto multiculturalista delle differenze identitarie, dall'altra problematizza e dinamicizza il dato storico nel tentativo di ricercare una convivenza che si configuri come costruzione di nuove identità ibride e meticce. Si comprende bene, allora, il motivo per il quale la filosofia dell'interculturalità abbia riscosso successo soprattutto in aree culturali latinoamericane (si pensi ad autori come Zea, Fornet-Betancourt, Roig, Salas Astrain, Martin Fiorino); essa, infatti, si relaziona immediatamente ad un modello critico-radicale di filosofia politica che mette in discussione il paradigma classico di cultura, dell'identità culturale intesa come differenza ontologicamente fondata e che oppone ad esso un'idea di contingenza e di accidentalità che rimette in gioco la diversità oppressa ed occultata. La filosofia interculturale, dunque, costituisce una modalità di pensiero che pur muovendo dalla singolarità culturale storicamente determinata non abdica ad una dimensione di universalità pensata come comunanza complessa ed aperta resa possibile dalla stessa relazione interculturale. In questa prospettiva, la filosofia inerculturale non risulta estranea alla tradizione dello storicismo critico e relativistico alla Dilthey per esempio, dal momento che essa, come lo storicismo critico e problematico, pone a base di ogni critica del pensiero unico e delle filosofie totalizzanti della storia un concetto esplicito di polivalenza delle esperienze storiche. Il carattere relazionale della filosofia interculturale, d'altro canto, impedeisce ogni appropriazione della differenza ed ogni assimilazionismo identitario ed introduce ad una nuova forma di universalità che al riconoscimento della dignità e dell'autonomia delle singole identità affianca un programma etico-politico di alleanza tra le culture come ogni forma invasiva e totalizzante di pensiero unico.
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