L’espressione a-misura-d’uomo è utilizzata, spesso in campo non specialistico, per qualificare positivamente un progetto di architettura o, al contrario, per criticarlo, definendolo non-a-misura-d’uomo, a seconda che risponda o meno alle esigenze dei fruitori. Tuttavia, se si guarda alla produzione architettonica, sia teorica che materiale, l’espressione appare superflua: non si può parlare di architettura senza rapportarla alla misura umana. I canoni dimensionali, da Vitruvio a Le Corbusier, i rapporti dimensionali, dalla concinnitas albertiana alla bigness di Koolhaas (Koolhaas, 1994), i disegni visionari di Boullée o il Monumento Continuo dei Superstudio sono solo alcuni esempi di quanto affermato. Inoltre, da essi si evincono almeno due ordini di significato della parola misura. Da una parte c’è la misura esatta, che permette la verifica degli spazi, degli elementi costruttivi e della composizione. Dall’altra c’è la giusta misura, particolarmente legata alla percezione dello spazio da parte dell’uomo, in virtù della quale la misura è liberata dal rischio del dogma, come mostrano espedienti quali la deformazione dello stilobate nel tempio greco. A seconda di come l’occhio umano percepisce lo spazio, il progetto di composizione definisce limiti (Purini, 2000) superiori e inferiori, connotati da un certo livello di incertezza, affinché la misura sia giusta e oltre i quali si esce “fuori misura”, snaturando un elemento compositivo, la relazione tra due o più elementi, o persino il tema di progetto.
Misura / Spera, Raffaele. - (2023), pp. 816-821. (Intervento presentato al convegno Le parole e le forme, Decimo Forum ProArch Società Scientifica nazionale dei docenti di Progettazione Architettonica, SSD ICAR 14, 15 e 16 tenutosi a Genova, Università degli Studi di Genova, Scuola Politecnica, Dipartimento Architettura e Design nel 16-18 novembre 2023).
Misura
Spera Raffaele
2023
Abstract
L’espressione a-misura-d’uomo è utilizzata, spesso in campo non specialistico, per qualificare positivamente un progetto di architettura o, al contrario, per criticarlo, definendolo non-a-misura-d’uomo, a seconda che risponda o meno alle esigenze dei fruitori. Tuttavia, se si guarda alla produzione architettonica, sia teorica che materiale, l’espressione appare superflua: non si può parlare di architettura senza rapportarla alla misura umana. I canoni dimensionali, da Vitruvio a Le Corbusier, i rapporti dimensionali, dalla concinnitas albertiana alla bigness di Koolhaas (Koolhaas, 1994), i disegni visionari di Boullée o il Monumento Continuo dei Superstudio sono solo alcuni esempi di quanto affermato. Inoltre, da essi si evincono almeno due ordini di significato della parola misura. Da una parte c’è la misura esatta, che permette la verifica degli spazi, degli elementi costruttivi e della composizione. Dall’altra c’è la giusta misura, particolarmente legata alla percezione dello spazio da parte dell’uomo, in virtù della quale la misura è liberata dal rischio del dogma, come mostrano espedienti quali la deformazione dello stilobate nel tempio greco. A seconda di come l’occhio umano percepisce lo spazio, il progetto di composizione definisce limiti (Purini, 2000) superiori e inferiori, connotati da un certo livello di incertezza, affinché la misura sia giusta e oltre i quali si esce “fuori misura”, snaturando un elemento compositivo, la relazione tra due o più elementi, o persino il tema di progetto.| File | Dimensione | Formato | |
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